Nel ricordo del politico ucciso dalla 'ndrangheta si riaffermano i valori di legalità e democrazia, nella consapevolezza che il contrasto alle mafie passa anzitutto attraverso la cultura
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Don Tonino Bello, il profetico vescovo salentino degli Ultimi, insegnava il potere dei segni da contrappore ai segni di potere: cioè il valore di un alfabeto emancipativo di parole e simboli che diventa pedagogia della speranza nel presente e progetto di cambiamento per liberare il futuro. La memoria del passato non può essere neutra perché è generativa di cambiamento e di trasformazioni, scomode ma necessarie, per dare alle comunità la possibilità di fare del proprio tempo qualcosa di autentico, di vivo e di partecipato.
Ci sono luoghi in cui la memoria non appartiene soltanto al passato, ma diventa la promessa di un futuro possibile. Cetraro è uno di questi luoghi. Una comunità, quella cetrarese, che ha scelto di riannodare il filo della propria storia per osare l’alba di una nuova aurora.
Il Premio Losardo, promosso dal Comune e celebrato il 24 giugno scorso, non è una semplice ricorrenza civile. È qualcosa di più profondo: è il tentativo di una comunità di guardarsi allo specchio, di riconoscere le proprie ferite, ma anche le proprie risorse morali. È il segno di una città che non vuole essere definita soltanto dalle pagine più dolorose della sua storia.
Per troppo tempo il nome di Cetraro è stato associato alla presenza della criminalità organizzata, alle inchieste giudiziarie, alle ombre che hanno segnato la vita pubblica e amministrativa del territorio. Ma le comunità non coincidono mai con le proprie ferite. Esiste sempre un’altra storia, fatta di uomini e donne che resistono, che educano, che amministrano, che lavorano, che costruiscono legami sociali e che ogni giorno scelgono di stare dalla parte della democrazia e dello Stato.
E ciò che hanno dimostrato con passione civile il sindaco Aieta e il presidente del consiglio comunale Matta nel voler riprendere in mano il cammino della memoria di Losardo, invero un pò sbiadita negli ultimi anni. La nuova edizione del Premio Losardo, rifondato attraverso uno sforzo collettivo che ha visto tra i protagonisti don Ennio Stamile, rettore dell’UniRIMI di Limbadi, rappresenta una pagina importante nella narrazione calabrese del contrasto culturale alla ’ndrangheta. La storia del segretario del Partito Comunista di Cetraro continua a parlare, ci interroga e scuote: Giannino Losardo comprese, ad esempio, che la criminalità organizzata non rappresentava soltanto un problema di ordine pubblico. Era, ed è, una questione culturale e pedagogica che interviene sui processi di organizzazione della vita democratica delle comunità. Le mafie sono stati paralleli che costruiscono società, culture, simboli e relazioni socioeconomiche.
Per questo il suo assassinio, avvenuto nel giugno del 1980, non colpì soltanto un uomo ma un’idea di comunità fondata sulla partecipazione, sulla condivisione e sul bene comune.
Eppure, proprio da quella ferita è nata una lunga storia di resistenza civile. Cetraro ha compreso che il proprio riscatto passa attraverso l’affermazione di una nuova coscienza civile. Il Premio che porta il suo nome è il segno più evidente di una trasformazione in atto: la memoria che si fa educazione, la commemorazione che diventa progetto, il ricordo che si trasforma in impegno.
Le mafie, infatti, non si combattono soltanto con l’azione repressiva, pur imprescindibile: serve soprattutto un profondo lavoro educativo e culturale.
Infatti, il vero antidoto alle sudditanze criminali è la cultura dello Stato: formare cittadini consapevoli, in grado di riconoscere i valori della libertà, della dignità della persona, della giustizia e della responsabilità verso gli altri come stelle polari della propria statura morale e civile.
Educare alla legalità, oggi, significa soprattutto insegnare a prendersi cura della propria comunità, a contrastare l’indifferenza e la rassegnazione perché la democrazia è un bene fragile che va custodito ogni giorno. Lo Stato siamo noi: renderlo pienamente giusto è il compito di tutti. Nessuno escluso.
E Cetraro sta provando a fare proprio questo. Sta cercando di ricostruire un tessuto di fiducia e di partecipazione, partendo dal recupero della memoria quale strumento di cambiamento culturale.
Il riscatto di una comunità non avviene in un giorno. È un cammino lungo, fatto di piccoli passi, di gesti quotidiani, di relazioni che si ricompongono. È la capacità di una città di generare speranza anche nei momenti più difficili.
Le istituzioni, in democrazia, sono luoghi da abitare con responsabilità e consapevolezza critica. A Cetraro, il Premio Losardo ci ricorda che la memoria è la prima infrastruttura civile di un’istituzione democratica: un luogo in cui una comunità si riconosce, si educa e trova le ragioni per condividere un cammino comune.
Il lascito di Losardo è in fin dei conti questo: libertà e giustizia non sono conquiste definitive, ma doveri di cittadinanza da esercitare ogni giorno. I valori fondativi del vivere civile si custodiscono come bene pubblico: di tutti e per tutti.
E allora il messaggio che arriva da Cetraro non riguarda soltanto un comune del Tirreno cosentino. Riguarda tutti noi. Nessuno escluso.
Perché il riscatto di una comunità comincia quando una società smette di avere paura, di essere indifferente e rassegnata, recupera la propria memoria e decide di difendere la propria dignità.
In quel momento, davvero, lo Stato non è più qualcosa di distante ma si radica nell’interiorità di ciascuno di noi. Perché lo Stato è una comunità spirituale di ideali, valori e tradizioni condivisi in modo plurale. È possibile, anche in Calabria, scoprirsi insieme Stato per diventare una democrazia compiuta, e non a metà.


