«Ci vuole una rivolta dal basso, delle coscienze, per essere cittadini responsabili e questo credo che sia cresciuto negli ultimi anni. Però ci vuole anche una maggiore rivolta che parte dalle coscienze, dal di dentro, ci sono ancora troppi cittadini ad intermittenza, c’è ancora troppa delega ed allora “il morso dei più” diventa necessario».

Questo pensiero di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e anima storica dell’antimafia sociale del Paese, coglie l’aspetto centrale della crisi della nostra democrazia, soprattutto alle latitudini calabresi.

Farsi Stato è un processo pedagogico quotidiano, e non una ribellione fatua ed episodica, che investe la sfera delle responsabilità civili, con l’obiettivo di rigenerare le istituzioni attraverso la partecipazione democratica dal basso.

La “rivolta delle coscienze”, quale antidoto all’indifferenza e alla rassegnazione, è l’alfabeto etico di una cittadinanza vissuta con consapevolezza, esercitando i propri diritti e assumendosi nuovi doveri verso i propri territori. I “cittadini intermittenti” invece restano neutrali dinanzi alle ingiustizie perché non scelgono da che parte stare. Ciotti ci ricorda che la democrazia è una pratica che si rinnova ogni giorno con scelte e comportamenti orientati al bene comune e al senso dello Stato. Non possiamo attivarci socialmente soltanto quando i problemi toccano la nostra sfera strettamente privata: la pedagogia di Libera insegna il valore della corresponsabilità.

Il bene comune non si delega, poiché non è un ambito esterno al nostro agire: pensarsi estranei rispetto alla cosa pubblica, apre purtroppo la strada al potere prevaricante dei più forti che incontrano una società in disarmo sul piano morale e culturale.

Libera in Calabria si sta battendo da tempo per contrastare questo perverso vocabolario della subalternità e dei soprusi che alimenta diseguaglianze, corruzione e sistemi criminali.

«Dobbiamo costruire il noi collettivo perché la lotta alle mafie è prima di tutto una questione educativa», ha ribadito recentemente Giuseppe Borrello, referente calabrese dell’associazione di don Ciotti, intervenendo all’Università della Calabria nel corso di una lezione di Pedagogia dell’Antimafia.

La rivolta dal basso delle coscienze è un progetto educativo che connota l’azione di Libera come una vera e propria pedagogia civile, che forma cittadini consapevoli, in grado di riconoscere le dinamiche dei poteri criminali, e di opporvisi attraverso la partecipazione e l’uso critico delle parole nel solco del magistero pedagogico di don Milani a Barbiana.

«Non possiamo lasciare – ha spiegato all’UniCal il referente di Libera Calabria – la narrazione della nostra regione a chi ha deciso di continuare a vivere da parassita, provando a sopravvivere sulle spalle degli altri. Questo non è vivere, ma è sopravvivere, senza dignità e senza libertà».

Borrello e Libera sono in prima linea nella denuncia del racket delle estorsioni e dell’usura che colpisce periodicamente le attività commerciali e imprenditoriali della nostra regione. Il 26 novembre dell’anno che si è appena concluso, gli attivisti di don Luigi Ciotti si sono ritrovati a Reggio Calabria – nell’ambito di un’importante iniziativa “La libertà non ha pizzo - Festa della Resistenza” – per lanciare un messaggio forte proprio contro l’indifferenza, la rassegnazione e la paura. Libera sostiene concretamente quegli imprenditori e commercianti che, nonostante le difficoltà, continuano a investire, creando lavoro e occasioni di crescita per il territorio calabrese.

Abbiamo già ricordato nella nostra rubrica la resistenza civile e produttiva della cooperativa Valle del Marro nella Piana di Gioia Tauro, che si muove proprio nel circuito di Libera, anch’essa colpita recentemente da atti intimidatori di chiara matrice mafiosa sui quali Giuseppe Borrello si è espresso con grande fermezza, invitando i calabresi a insistere lungo il cammino del riscatto e del cambiamento.

L’antimafia sociale che Libera propone è un processo trasformativo capace di incidere sulle mentalità prima ancora che sui comportamenti. Una pedagogia “militante” che connota il suo lessico di cittadinanza nell’assunzione di rinnovate responsabilità nei confronti del bene comune e della dignità delle persone.

Lo Stato siamo noi significa la costruzione di pensiero critico e di impegno costante ma anche di una consapevole indignazione verso l’obbedienza alla cultura mafiosa e alle sue regole. Che vanno frantumate senza alcun cedimento a logiche ambigue e opache.

Scrive don Ciotti: «È soprattutto il “noi” che vince, perché non possiamo lasciare le persone da sole, scaricare l’impegno solo a qualcuno. Non è solo compito della magistratura, delle forze dell’ordine che già fanno molto nonostante una restrizione di mezzi e di strumenti. Serve il lavoro di tutti».

Lo Stato siamo noi vuole diventare un laboratorio di democrazia per stimolare la genesi di luoghi trasformativi in cui la legalità non si riduca a mera obbedienza passiva, bensì a scelta critica e partecipata di giustizia sociale.

Senza una rivolta delle coscienze – una memoria spiritualmente sovversiva direbbe il vescovo salentino degli Ultimi, don Tonino Bello –, senza una cittadinanza attiva e vigilia, la democrazia si scarnifica e si svuota di significato. Le coscienze libere, e non quelle dormienti, rappresentano una speranza concreta poiché producono cambiamento e liberazione.

È possibile, doverosamente possibile, anche in Calabria.