Tra oncologia, diabete e neuropatia, il percorso a ostacoli di un malato in un sistema minato da carenza di personale, frammentazione delle agende e mancanza di percorsi diagnostico-terapeutici integrati
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C’è una sanità che non fa rumore. Non occupa le piazze, non finisce nei talk show, non produce slogan. È la sanità delle attese, delle prenotazioni impossibili, dei follow up rimandati. È la sanità che accompagna – o dovrebbe accompagnare – chi convive con più patologie gravi.
La storia che raccontiamo è quella di un uomo di 57 anni, diabetico insulino-dipendente, affetto da leucemia in trattamento, carcinoma renale e neuropatia diabetica. Una condizione clinica complessa che richiede controlli serrati, coordinamento multidisciplinare, esami strumentali ravvicinati e un monitoraggio continuo. In teoria.
In pratica, comincia un percorso a ostacoli.
Il labirinto delle liste d’attesa
Per chi ha una sola patologia cronica, l’accesso alle prestazioni sanitarie è già spesso complicato. Ma quando le diagnosi si sommano – oncologia, ematologia, diabetologia, nefrologia, neurologia – il sistema mostra tutte le sue fragilità.
Le liste d’attesa diventano il primo muro. Un controllo ematologico può essere fissato a mesi di distanza; la visita diabetologica non coincide con quella oncologica; il neurologo disponibile è in un’altra struttura, con tempi ancora più lunghi. Nel frattempo la neuropatia peggiora, il dolore aumenta, l’equilibrio glicemico si destabilizza sotto lo stress delle terapie oncologiche.
La parola «urgenza» si scontra con agende sature e personale ridotto. E quando si prova a spostare una prenotazione, si rischia di perdere il posto conquistato dopo settimane di attesa.
Il paradosso del follow up spezzettato
Il follow up oncologico dovrebbe essere programmato, regolare, integrato. Invece accade che lo stesso paziente non riesca a essere seguito stabilmente nello stesso ospedale. Mancano slot, cambiano le disponibilità, si rimanda da una struttura all’altra.
Così si perde la continuità clinica. Ogni volta bisogna ricostruire la propria storia: consegnare referti, spiegare terapie, ripetere anamnesi. Un carico burocratico che si somma alla fragilità fisica. E ogni cambio di struttura significa tempi nuovi, percorsi diagnostici da ricominciare, relazioni cliniche da ricostruire.
Per un paziente oncologico ed ematologico, la continuità non è un optional: è parte integrante della cura.
Tac sì, angio Tac no (o forse tra tre mesi)
Tra le necessità più urgenti vi è l’esecuzione periodica di una Tac total body per il monitoraggio oncologico e di una angio Tac per la valutazione vascolare, considerati i rischi connessi al diabete e alla neuropatia.
La richiesta di effettuare contestualmente i due esami – soluzione logica, clinicamente appropriata e meno gravosa per il paziente – si trasforma in un percorso a tappe. «Non è possibile nello stesso giorno», «mancano disponibilità», «serve una nuova prenotazione», «la prima data utile è tra tre mesi».
Nel frattempo l’ansia cresce. Ogni ritardo diventa un dubbio: e se qualcosa stesse evolvendo? E se una lesione peggiorasse nell’attesa? La medicina moderna si fonda sulla tempestività diagnostica, ma la realtà quotidiana è fatta di rinvii.
Il risultato è spesso una scelta obbligata: rivolgersi al privato, sostenendo costi elevati, oppure attendere, convivendo con l’incertezza.
Il peso invisibile
Accanto al dolore neuropatico, alle iniezioni quotidiane di insulina, alle terapie oncologiche e agli esami ripetuti, c’è un peso meno visibile: quello psicologico.
La sensazione di essere «un numero», di dover lottare per ogni prestazione, di non avere un percorso unitario. In un sistema sanitario che dovrebbe prendersi carico della complessità, il paziente diventa coordinatore di sé stesso, regista forzato di appuntamenti, richieste, solleciti.
E quando le energie fisiche sono limitate, anche una telefonata al CUP può trasformarsi in una prova.
Una questione di organizzazione, non di retorica
Il problema non è l’assenza di professionalità. Medici, infermieri e tecnici spesso operano con dedizione e competenza. Il nodo è organizzativo: carenza di personale, frammentazione delle agende, mancanza di percorsi diagnostico-terapeutici realmente integrati per pazienti pluripatologici.
Servirebbero agende dedicate ai follow up oncologici complessi, coordinamento tra reparti, possibilità di eseguire esami combinati quando clinicamente indicato, case manager che seguano il paziente nel tempo.
Perché la sanità non si misura solo nei grandi investimenti annunciati, ma nella capacità di garantire continuità, tempestività e dignità a chi vive ogni giorno con più diagnosi sulle spalle.
La storia di questo paziente non è un caso isolato. È il riflesso di un sistema che fatica a rispondere alla cronicità complessa. E finché le liste d’attesa continueranno a scandire il tempo della malattia, il diritto alla salute resterà, per molti, un diritto a scadenza.

