Il professionista è stato sottoposto a un delicato intervento per un ascesso peritoneale nel reparto di chirurgia generale del presidio Pugliese di Catanzaro
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Una mattina mentre vai a lavoro ricevi una chiamata dall’ospedale, i medici ti invitano a recarti al presidio più vicino per una trasfusione di sangue. I valori delle tue ultime analisi non sono dei migliori: l’emoglobina è bassa, molto bassa. Così torni subito indietro e da un momento all’altro ti ritrovi in un letto di ospedale. Il panico ti assale, i pensieri si offuscano, le domande si rincorrono. Da giorni, probabilmente mesi, sentivi che il tuo corpo stava mandando dei segnali ma era difficile ammetterlo. Forse riconoscerli faceva paura. E ora che sei lì l’unica speranza che hai è di ritornare presto a casa, circondato dai tuoi affetti, e poterti dedicare al tuo lavoro e alle tue passioni. Soprattutto quando capisci che la situazione è più complicata di quanto potesse sembrare tanto da richiedere un intervento chirurgico.
L’intervento
È quanto successo ad un paziente catanzarese che ha voluto affidare alla nostra testata la sua testimonianza dopo essere stato ricoverato presso l’unità di chirurgia generale del presidio Pugliese dell’Azienda Dulbecco di Catanzaro. Il giovane professionista viene così operato per un ascesso peritoneale dal primario del reparto, Sebastiano Vaccarisi, eccellenza riconosciuta a livello nazionale nel campo della chirurgia addominale complessa. Un intervento molto delicato che si è concluso con successo.
«Dopo otto giorni di degenza oggi sono finalmente a casa e mi sento decisamente meglio - racconta il paziente -. A mente serena ho voluto rendere nota la mia vicenda poiché ho potuto toccare con mano la straordinaria umanità del professore Vaccarisi, che avevo avuto modo di incrociare in passato per motivi professionali, senza mai pensare che un giorno mi sarei ritrovato nella sua sala operatoria. Quando vengo accompagnato in sala per l’intervento il turno di lavoro del direttore, dopo una giornata lunga e intensa, era già finito. Era in procinto di lasciare l’ospedale per recarsi ad un convegno, dicono a mia moglie. Ma nel momento in cui viene informato della mia situazione, decide di tornare indietro. Senza badare a orari, a impegni, a scadenze, indossa nuovamente il camice e mi raggiunge. Sarà lui stesso ad operarmi». La priorità in quel momento era salvare il paziente.
Umanità oltre le cure
Cinque ore. Tanto dura l’intervento. «Anche se con l’anestesia sembra di addormentarti e risvegliarti pochi minuti dopo. Quando apro gli occhi mi ritrovo in reparto. Era tutto finito. Mia moglie con gli occhi lucidi mi racconta com’è andata. Mi parla del direttore. E insieme condividiamo la gioia di esserci affidati in un momento così delicato, a un professionista dalla grande umanità. Oss, infermieri, medici, tutti i membri dell’equipe si sono sempre dimostrati disponibili e attenti» racconta ancora il paziente, che attraverso le sue parole ha voluto confermare, laddove ce ne fosse bisogno, l’esistenza di un reparto, come tanti altri sicuramente in Calabria, in grado di rispondere al bisogno di salute dei cittadini calabresi. «Sicuramente tanti sono i problemi ancora da risolvere nella nostra regione ma posso testimoniare che la buona sanità c’è grazie a chi decide di svolgere questo mestiere combinando competenze mediche e umanità, come nel caso del direttore Vaccarisi e di tutto il suo team che, tra le altre cose, ha sempre dimostrato anche grande flessibilità con i familiari. E questo non è affatto scontato».



