«Da tre anni combattiamo una battaglia contro un muro di gomma. Qualcuno dovrebbe spiegare perché i nostri familiari non hanno diritto all’assistenza garantita dalla Costituzione». «Così si crea veramente una guerra tra poveri, noi chiediamo esclusivamente il rispetto dei nostri diritti». Non è ancora finito il calvario degli assistiti del Don Mottola medical center, la Rsa medicalizzata di Drapia, accreditata dalla Regione ma che per circa tre anni ha atteso la convenzione con l’Asp di Vibo Valentia.

Quella convenzione che, dopo battaglie estenuanti, denunce in Procura e proteste vigorose da parte dei familiari e dei lavoratori, è finalmente arrivata nella giornata di ieri. Una vittoria a metà, tuttavia, visto che il contratto finanzierà solo il 50 per cento dei posti che la struttura è in grado di offrire: 20 su 40, 10 in Rsa e 10 in Riabilitazione, escludendo di fatto altrettanti pazienti.

Dopo tre anni di estenuanti battaglie e numerose proteste, l’Asp di Vibo Valentia ha firmato il contratto di convenzione con il don Mottola medical center di Drapia, Rsa medicalizzata e riabilitativa, finanziando però solo 20 posti sui 40 disponibili. Una soluzione che delude le aspettative dei familiari.

I familiari sono adesso indignati da quella che considerano una beffa e l’innesco di una nuova “guerra tra poveri”. Una guerra che si è materializzata stamane nel poliambulatorio di Moderata Durant a Vibo, dove i congiunti degli assistiti si sono precipitati alla porta dell’ufficio preposto nel tentativo di ottenere l’agognato posto che, altrimenti, andrà coperto - come fatto finora - con risorse proprie.

Come racconta la figlia di una paziente ricoverata in regime privato, sostenendo «spese non indifferenti alle quali ognuno di noi ha dovuto far fronte di tasca propria». La scelta dell’Asp, inoltre, precipita nell’incertezza tutti: «Non sappiamo in base a quale criterio verranno destinati i 20 posti accreditati, non ci è stato detto. E io non so, come non sanno tutti gli altri, se in base alla valutazione che verrà fatta a mia mamma dovrò continuare a pagare o no una retta ormai insostenibile».

La rabbia è tanta perché, spiega, «i soldi ci sono, la Regione ha stanziato i fondi e l’Asp ha avuto tre mesi di tempo per cercare di colmare i vuoti. Ciononostante ad oggi ci troviamo ancora a non sapere come andrà a finire e nessuno di noi sa se rientrerà o meno nella contrattazione. Abbiamo sempre chiesto in modo civile solo il rispetto dei nostri diritti. Siamo stati rinviati di mese in mese per anni, siamo stanchi, consumati a livello economico. La pensione non basta a coprire la retta e non sappiamo più come fare per mantenere la dignità, la salute e le cure per i nostri cari».

La mobilitazione che, guidata dal direttore sanitario della struttura Soccorso Capomolla, più volte ha portato i lavoratori, i sindacati e i familiari sotto l’Asp e alla Regione potrebbe ora riaccendersi. «Siamo pronti a protestare ancora - affermano gli interessati -, se è il caso torneremo a farci sentire nuovamente perché fin dall’inizio abbiamo sempre sostenuto la necessità di accreditare tutti i 40 posti disponibili, spiegando che, in caso diverso, sarebbe diventata una guerra tra poveri. Ed ora è successo proprio ciò che non sarebbe mai dovuto accadere».