In un tempo in cui si racconta soprattutto ciò che non funziona, il riconoscimento di un familiare di un paziente a medici, infermieri e al reparto di Oncologia dell’azienda “Dulbecco” «che hanno saputo unire competenza e umanità»
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In un tempo in cui il dibattito pubblico finisce troppo spesso per soffermarsi esclusivamente sulle criticità, sulle carenze e sulle disfunzioni del sistema sanitario, esistono esperienze che meritano di essere raccontate con altrettanta forza. Esperienze che restituiscono dignità al senso più profondo della medicina e che ricordano come, accanto alla scienza e alla tecnica, continui a esistere un elemento essenziale e insostituibile: l’umanità.
Mio padre è stato dimesso in questi giorni dall’ospedale Renato Dulbecco di Catanzaro, in località Germaneto, dopo essere stato ricoverato a causa di un’infezione al PICC. Si tratta del terzo ricovero da ottobre. Un percorso non semplice, segnato dalla preoccupazione, dall’incertezza e da quel carico emotivo che inevitabilmente accompagna ogni famiglia quando si trova a vivere da vicino la fragilità di una persona cara. Eppure, proprio dentro questa esperienza, si è resa evidente una verità che oggi sento il dovere morale di condividere pubblicamente: esiste una sanità fatta di competenza, dedizione e straordinaria sensibilità umana. Una sanità che non si limita a curare, ma sa anche accogliere, rassicurare, ascoltare.
Nel corso di questi ricoveri, abbiamo avuto modo di incontrare professionisti che hanno saputo svolgere il proprio lavoro con rigore, disponibilità e una rara capacità di relazione. Medici e infermieri che, al di là della funzione clinica, hanno saputo interpretare il proprio ruolo con quella misura, quella attenzione e quella cura che fanno la differenza nei momenti più delicati.
Un sentimento di particolare riconoscenza va rivolto all’oncologo Ciliberto, alla dottoressa Napoli, alla dottoressa Fiorillo e al dottor Bonelli, che hanno seguito mio padre con grande scrupolo professionale e con una sensibilità che merita di essere sottolineata. In loro abbiamo trovato non soltanto preparazione e serietà, ma anche quella qualità rara che rende davvero alta la professione medica: la capacità di non smarrire mai il valore umano del rapporto con il paziente e con la sua famiglia.
Un ringraziamento altrettanto sentito va inoltre all’intero reparto di Oncologia, che in questo percorso si è distinto per attenzione, premura e spirito di servizio. In reparti come questi, dove il peso della sofferenza si avverte ogni giorno con maggiore intensità, la professionalità assume un valore ancora più profondo, perché si accompagna alla capacità di sostenere non soltanto il paziente, ma anche chi gli sta accanto. In certe circostanze, infatti, la differenza non è fatta esclusivamente dalla correttezza di una terapia o dalla puntualità di un intervento, pur fondamentali. La differenza la fa anche il tono di una voce, la chiarezza di una spiegazione, la disponibilità all’ascolto, il rispetto silenzioso con cui si accompagna una persona nel momento della sua vulnerabilità.
Ed è proprio in questi dettagli, solo apparentemente secondari, che si misura la statura autentica di chi sceglie di dedicare la propria vita alla cura degli altri. Per questo, oggi, il ringraziamento non può restare confinato alla sfera privata. Deve assumere una dimensione pubblica, perché pubblico è il valore di un servizio sanitario che, quando incontra professionisti di questo spessore, riesce ancora a esprimere il suo volto migliore.
A loro, e a tutto il personale che in questi mesi si è preso cura di mio padre con attenzione e premura, va la nostra più sincera e profonda gratitudine. Perché la medicina raggiunge la sua forma più alta non soltanto quando combatte la malattia, ma quando riesce a custodire, insieme, la dignità, la fiducia e la speranza. In un tempo in cui si racconta quasi sempre soltanto ciò che non funziona, rendere omaggio a ciò che funziona non è retorica: è giustizia. E la giustizia, qualche volta, passa anche da un semplice ma doveroso grazie.
*giornalista

