Il sistema pubblico è diventato una lotteria: pronto soccorso allo stremo, Lea insufficienti, migrazione sanitaria forzata e liste d’attesa che spingono verso il privato. Tra medici esausti, strutture fatiscenti e disuguaglianze intollerabili, il diritto alla salute si trasforma in privilegio
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Oggi voglio scrivere un pezzo su quella strana, gelida sensazione che provi quando entri in un pronto soccorso di un ospedale pubblico calabrese e capisci, in un istante, che la tua salute o quella di un tuo parente non dipende da un protocollo, ma dal caso. O dalla resistenza eroica di un medico che non dorme da ventiquattr'ore.
Ormai lo sentiamo ripetere da anni. In Calabria, la sanità è un sistema che ha smesso di essere umano per diventare un esercizio di sopravvivenza.
Mentre nel resto d'Italia si discute di digitalizzazione e telemedicina, qui la sfida è ancora trovare un posto letto che non sia in un corridoio, o in un box di tre metri quadrati. I dati del monitoraggio dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) confermano stabilmente la regione agli ultimi posti dove non si garantiscono le prestazioni minime.
Ma cosa significa "LEA insufficienti" nella vita reale? Intanto significa la rassegnazione del viaggio. La "migrazione sanitaria" potrebbe sembrare un termine tecnico, ma nella sostanza è un padre di famiglia che deve indebitarsi per portare il figlio a farsi curare a Milano o a Bologna, perché in casa sua la lista d'attesa per un esame oncologico supera l'orizzonte della speranza. Poi significa “il deserto dei pronto soccorso", cioè strutture (come quelle di Locri o Polistena) che sono diventate trincee. Mancano medici, mancano infermieri, e quelli che ci sono lavorano in condizioni che definire "stressanti" è un eufemismo offensivo.
L'intervento dei medici cubani è un paradosso che racconta tutto. Abbiamo dovuto chiamare professionisti dall'altra parte del mondo per tappare i buchi di un sistema che non riesce più ad attrarre i propri laureati, messi in fuga da stipendi inadeguati e strutture fatiscenti.
E poi c’è la dignità della gente venduta al miglior offerente.
Il vero fallimento non è solo economico nonostante un debito miliardario che nessuno riesce davvero a quantificare con precisione. Il vero fallimento è morale.
Quando per una risonanza magnetica ti dicono "ne riparliamo tra otto mesi", ma nella clinica privata a poche centinaia di metri c'è posto domani mattina (pagando, s'intende), il messaggio che passa è devastante. Capisci che la tua vita vale quanto il tuo portafoglio. In una terra già martoriata dalla disoccupazione, questa è la forma più subdola di ingiustizia sociale.
Si finisce per rinunciare alle cure. Ed è qui che la frase "conviene morire", che ho scritto in un post social qualche giorno fa per esprimere uno sfogo, smette di essere un'iperbole e diventa una constatazione amara. Chi smette di curarsi perché non può permettersi il privato e non ha tempo per il pubblico è una vittima invisibile di un sistema che ha fallito la sua missione primaria. È inutile che ci giriamo intorno.
Il commissariamento della sanità calabrese dura da oltre un decennio. Anni di tagli lineari fatti con il ragioniere in mano e poco cuore in corsia. Il risultato? Si è tagliato il servizio, ma non il malaffare; si è ridotta l'assistenza, ma non la burocrazia soffocante. È un sistema che mangia se stesso
Oggi, camminare nei corridoi di molti ospedali calabresi significa vedere macchinari nuovi ancora imballati perché manca il personale specializzato per usarli, o reparti chiusi per un soffitto che cade a pezzi mentre i fondi europei restano impantanati in qualche ufficio.
L'errore più grande che possiamo fare è continuare a chiamarla emergenza. L'emergenza è temporanea. Questa è una scelta politica e gestionale che dura da trent'anni. E la colpa è di tutti.
La dignità di un popolo si misura dalla cura che ha dei suoi fragili. E finché un cittadino di Castrovillari o di Crotone avrà meno diritti di uno di Varese, l'articolo 32 della nostra Costituzione resterà, in Calabria, solo una bellissima riga di testo su carta straccia.
*Documentarista

