Ermal Meta arriva in sala stampa con addosso quella specie di elettricità calma che hanno i cantautori quando sanno di aver colpito nel segno. L’ingresso nella cinquina della seconda serata gli ha dato un’ulteriore spinta, ma lui non si presenta da vincitore: si presenta da uomo che vuole tenere il punto. E lo dice subito, con una frase che è insieme sberleffo e dichiarazione di stile: «Agli odiatori voglio bene per dispetto».

Il cuore del discorso, però, è “Stella stellina”, la canzone in gara a Sanremo che parla di «una bambina morta per la guerra a Gaza». Meta non la tratta come un «tema», la tratta come una ferita che pretende parole. «Oggi gli adulti fanno molti più rumore dei bambini, lo trovo preoccupante. È un silenzio che a volte ci autoinfliggiamo. Non si possono usare certe parole, non si può dire Gaza, Palestina, come se fosse una bestemmia ma la bestemmia è tutt'altro, è il fatto che vengano cancellate. Questa è la bestemmia». E ribadisce un concetto che aveva già lanciato a caldo dopo l’esibizione: «I bambini dovrebbero fare rumore, non silenzio».

Attorno a “Stella stellina” c’è anche un gioco di contrasti, voluto e dichiarato. Meta spiega che la canzone «porta con sé un paradosso», quello del mondo in cui viviamo: «Se non ascolti il testo balleresti». E insiste sulla dicotomia: «Non è casuale perché il testo frena e poi balli di nuovo con la musica». È lo stesso corto circuito che riconosce nella quotidianità: «Viviamo di micro pause tra un sentimento e un ricordo… andiamo in palestra e i bambini muoiono, per citare un esempio, la canzone è uno specchio del mondo in cui viviamo».

Quando gli chiedono se teme che il messaggio possa passare sotto silenzio, non accetta l’impostazione e rimanda la domanda al mittente: «Passando in silenzio? Lo chiedo a te e se tu senti il silenzio è così». Poi la stoccata più amara, quasi un promemoria sul clima che respiriamo: «Il pessimismo è un modo per difendersi dal futuro e forse dal presente». E torna a martellare: «Oggi gli adulti fanno più rumore dei bambini e lo trovo preoccupante e il silenzio ce lo auto infliggiamo: dire Gaza e Palestina non è una bestemmia, la bestemmia è che vengano cancellate dalle parole».

Sanremo, di solito, è una settimana dove le parole vengono levigate. Meta, invece, le lascia con gli spigoli. Anche quando gli chiedono se «sente nell’aria profumo di primavera», lui non si rifugia in una risposta da cartolina. «Primavera è voglia di rinascita e speranza, coincide con la fine dell'inverno ma le stagioni sono cicliche e siamo forse nell'inverno dell'umanità e non ce ne siamo accorti o se lo facciamo è in maniera passiva. Questa è la verità». Poi chiarisce cosa gli interessa davvero, oltre le recensioni: «Ho letto critiche verso la canzone come cose bellissime ma non è questo che mi interessa, mi interessa sentirmi libero di tenere fede ai miei impegni di cantautore che sono essere coerente con me stesso».

La conferenza, però, non è solo politica e morale: è anche racconto di metodo e di lavoro. “Funzioni Vitali”, il suo sesto album di inediti, esce il 27 febbraio e Meta lo descrive come un progetto che attraversa «diversi mondi musicali», con un tema ricorrente: il tempo. «Il tema ricorrente è quello del tempo visto come rifugio sicuro ma anche come inganno: il tempo è capace di ricreare situazioni del passato che non sono come le immaginavi, quindi c'è un inganno del tempo che portiamo nel nostro presente, noi restiamo incastonati nella nostra pietra della realtà». I brani sono dodici, con una traccia in più nella versione vinile. E qui arriva una delle sue immagini preferite: «La musica è come l'architettura: le canzoni si ascoltano e non si raccontano». Ma ci prova lo stesso, e lo fa così: «Funzioni Vitali è un album con un cuore organico dentro ogni canzone con una identità molto forte».

C’è anche un progetto parallelo, più letterario, nato proprio da “Stella stellina”. Meta racconta di aver scritto un breve racconto per La nave di Teseo, intitolato come la canzone. «Scritta la canzone e saputo che sarei stato alla settimana santa della musica, al Giubileo di Sanremo, ho pensato di fare qualcosa di più». Spiega l’idea con precisione: «Ho descritto una bambina palestinese vista dagli occhi di un connazionale che tornando a casa cerca di non dirle cosa ha fatto». E chiarisce la destinazione: «I proventi andranno a Save The Children Italia». Non è un gesto estemporaneo, dice: «Avevo già fatto una cosa simile nel 2018… con Non Mi Avete Fatto Niente… avevo dato i proventi a Emergency e tre anni dopo è arrivata una mail che avevano costruito un ospedale e curato 12 mila persone: ti assicuro che è stata una vittoria più bella di quella del Festival e sapevo che quest'anno volevo fare una cosa simile».

In ogni serata, inoltre, Ermal Meta indossa un vestito con nomi di bambine differenti. Gli fanno notare che è «molto toccante» e lui spiega perché non è un dettaglio scenico, ma un gesto necessario: «Stella Stellina è un simbolo, ogni nome è un incantesimo e tanti ne sono stati spezzati dunque è doveroso dare un nome o un volto ai bambini e anche non sentirmi solo sul palco con la mia incapacità di fare qualcosa». Poi precisa, quasi a difendersi da un’etichetta comoda: «Non voglio si dica che sono quello dei temi sociali, ho fatto canzoni di diversa natura. Non sono il cantante dei temi sociali: il cantautore si racconta e racconta attraverso quello che vive intorno. E per altro non è sociale ma è umano».

Quando il discorso scivola sull’Intelligenza Artificiale, Meta non fa il profeta, ma mette a fuoco un punto: il linguaggio che si abbassa. «Non so dirti che accadrà nel futuro ma c'è un abbassamento del linguaggio. L'AI scrive testi imbarazzanti, è un calcolo algoritmico che non introduce l'errore». E aggiunge un’osservazione quasi più dura verso gli esseri umani che verso le macchine: «Il problema è che a volte certe cose sembrano scritte con l'intelligenza artificiale ma non lo sono». Poi l’esempio sui social e sul gergo importato: «Fino a qualche anno fa se non scrivevi bitch e cash eri out perché erano termini mutuati dai social». E chiude con una frase che suona come un’ammissione amara: «Un conto è un testo scritto dai social ma è molto peggio un essere umano che usa certe parole per farsi accettare dall'algoritmo». Infine: «Aggiungo che il brutto ha un potere più forte del bello».

L’Eurovision? Non fa lo schizzinoso, anzi. «Ci andrei perché questa canzone ha valore per me e ritengo sia giusto portarla su quel palco». E si spinge oltre con un’immagine netta: «Fossi costretto a esserci anche solo per 29 rinunciatari rinunciare sarebbe come non fare l'ultimo passo». Poi una frase destinata a far discutere: «È bene nel mio caso che ci sia Israele perché canterei questa canzone in modo ancora più forte, è il mio compito».

Infine, la parte più privata. L’Ermal papà esce fuori con un sorriso che si sente anche senza vederlo. «Non credevo che avrei avuto tanta pazienza, ne ho trovato un giacimento, potrei venderla». Poi la frase più bella, quella che sembra scritta ma invece è detta: «Mi sono ritrovato all'improvviso alla periferia della mia vita ed è la cosa più bella che mi è successa». Racconta la famiglia, le due sorelle più grandi «arrivate da poco» e precisa: «Sono state adottate». E descrive la casa come un regno femminile: «Vivo in un mondo di donne e comprerò un cane maschio un giorno». Il rapporto con la figlia Fortuna è quotidiano, concreto: «A Fortuna cerco di fare vivere la musica non come uno strumento che mi allontana da lei: mangia e le canto canzone sulla pappa, ha una bambola mi ci invento qualcosa». E poi, come spesso succede, la canzone nasce da un cortocircuito tra affetto e dolore: «Mentre le cantavo la filastrocca di Stella Stellina mi si sovrapponeva l'immagine di una sguardo di una bambina palestinese visto su Internet. Quando si è addormentata sono sceso in studio e venti minuti dopo è nata la canzone».