«Si chiama premio alla carriera, ma non si deve dire perché io la carriera non la conosco, mi fa pensare a qualcuno che si mette a tavolino a pianificare premi. Io ho lavorato quando mi è stato possibile farlo». A Gianni Amelio le celebrazioni non piacciono granché: regista schivo, legato a una concezione autoriale rigorosa, a storie legate a doppio filo al reale, ha commentato il David di Donatello alla carriera con la consueta modestia. 

Il suo ultimo film, “Campo di battaglia” con Alessandro Borghi, aveva ammaliato il festival di Venezia81 con il racconto del dramma vissuto dai soldati italiani durante la Prima Guerra mondiale. Adesso il regista originario del Catanzarese, è già al lavoro sul set di una nuova opera: “Nessun dolore” con Valeria Golino e Valerio Mastandrea, che dovrebbe debuttare in sala, distribuito da 01 Distribution, tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027.

La carriera di Amelio è stata sempre quella di un autore che non ha mai ammiccato al pubblico né si è piegato a manierismi. Nel 1992 vinse il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes con il film Il ladro di bambini e nel 1998 il Leone d’oro a Venezia per Così ridevano. Ma è Lamerica, il suo film più politico. Ambientato nell’Albania post-comunista, è una riflessione, amara, su un’Italia tutt’altro che innocente innocente: un Paese che ha dimenticato, e dimentica, di essere stato povero ed emigrante.