Nonostante i numeri, il Festival è diventato più godibile: meno cantanti in gara e più spazio per lo show mentre i brani cominciano a diventare familiari. La rivelazione? Achille Lauro conduttore
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La seconda serata del Festival di Sanremo è la dimostrazione plastica che Carlo Conti sa fare una cosa molto televisiva: ascoltare il rumore e trasformarlo in ritmo.
Ma gli ascolti non premiano: 9 milioni e 53mila spettatori di media con il 59,5% di share come total audience. In poche parole, lo share migliora (la prima serata era il 58%), ma il dato medio sugli spettatori è sempre in calo (9 milioni e 600mila contro 11 milioni e 800mila dello scorso anno per la prima serata). La prima parte (dalle 21.46 alle 23.34) ha raccolto 11 milioni 531mila spettatori, la seconda (dalle 23.39 all'1.10) è scesa a 5 milioni 947mila.
La seconda puntata, però, è stata più godibile. Il clima era, comunque, quello delle grandi occasioni sotto osservazione. E Conti non ha fatto rivoluzioni, ma ha fatto la cosa più intelligente: ha lasciato respirare il varietà. Anche perché, diciamolo, nella prima serata c’erano 30 cantanti in gara, uno dietro l’altro, una maratona quasi liturgica che inevitabilmente appesantiva la struttura. Ieri solo 15 Big più la gara delle Nuove Proposte. La differenza si sente. Il Festival prende aria, si muove, si concede pause e sorrisi.
E qui arriva il primo punto interrogativo: aprire con un blocco di perfetti sconosciuti è stata davvero la mossa migliore per incentivare gli ascolti? Le Nuove Proposte – vinte da Nicolò Filippucci e Angelica Bove – portano freschezza, ma messe in apertura rischiano di essere una scommessa azzardata in una serata in cui si voleva recuperare terreno. Forse spostarle più avanti avrebbe garantito una curva d’attenzione più stabile.
Detto questo, è bello vedere ragazzi come LDA, Aka 7Even, Tredici Pietro che vivono il Festival come una festa, non come un esame di maturità. Se la godono, e si vede. Ed è forse l’immagine più sana di questa edizione.
Le canzoni intanto cominciano a diventare familiari. Le radio le passano in loop, in sala stampa si canticchiano i ritornelli, si scherza, si entra nel mood. Sanremo prende forma quando i brani smettono di essere “novità” e diventano “compagnia”.
Laura Pausini è decisamente più sciolta rispetto alla prima sera. Meno tensione, più gioco. Il duetto con Achille Lauro su “16 marzo” ha avuto una delicatezza inattesa. Lauro, poi, ha alzato l’asticella con “Perdutamente”, accompagnato dal soprano Valentina Gargano e da un coro di venti elementi, in un omaggio toccante ai ragazzi scomparsi nella tragedia di Crans Montana. C’è chi lo accusa di presenzialismo, chi lo definisce prezzemolino. La verità è più semplice: sa stare in scena. E sa farlo senza quella puzza sotto il naso che spesso accompagna i “fenomeni”.
La vera rivelazione? Lauro conduttore. Disinvolto, ironico, presente.
A controbilanciare la compostezza fisiologica di Conti ci pensa Lillo Petrolo. In questa seconda serata si guadagna il cachet: coreografie improvvisate, gag, presentazioni sopra le righe. Solleva il mood generale. Anzi, diciamolo: Lillo andrebbe tenuto tutte le sere. È l’elemento di leggerezza che evita l’effetto conferenza stampa permanente.
Spiccano Fulminacci con la sua “Stupida sfortuna”, perfetta colonna sonora per una passeggiata malinconica a Testaccio, e Nayt, 31 anni, rapper di Isernia dal power rap ricercato, intenso nei contenuti e nei toni. La sua presenza segna uno scarto generazionale interessante.
Il premio alla carriera a Fausto Leali è un atto dovuto, quasi un abbraccio collettivo. Mentre l’omaggio a Ornella Vanoni, affidato alla nipote Camilla Ardenzi sulle note di “L’Eternità”, aggiunge una nota di grazia familiare.
Capitolo Elettra Lamborghini: una delle presenze più divertenti. Sui social combatte contro le feste sanremesi che non la fanno dormire, in una narrazione da diva esasperata che strizza l’occhio al pubblico. Il suo “Voilà” è già un tormentone annunciato da TikTok a Ferragosto.
Pilar Fogliati resta più leggera, in armonia con il gruppo, senza strafare.
Interessante la frattura tra sala stampa e altre giurie. Per la giuria delle radio passano Tommaso Paradiso, LDA, Aka7Even, Nayt, Fedez e Masini ed Ermal Meta. È evidente che radio e televoto intercettano gusti diversi rispetto ai giornalisti. LDA e Aka7 portano un voto giovane e compatto, Nayt intercetta una nicchia urban forte. Fedez e Masini si confermano trasversali: piacciono alla stampa, al televoto, alle radio. Fortissimi. Ermal Meta beneficia di un brano che ha colpito molto il pubblico da casa.
Il Festival, insomma, si sta assestando. Meno affanno, più spettacolo. E forse la lezione è semplice: Sanremo funziona quando smette di essere una lista di esibizioni e torna a essere, nel senso più classico del termine, varietà. Domani capiremo se l’allargamento dello sguardo sarà bastato anche per gli ascolti.

