Il regista ripercorre la nascita del film dedicato a Giancarlo Siani: «Non fu un successo immediato, ma è cresciuto nel tempo». Il ricordo di Libero De Rienzo e la riflessione sul cinema italiano di oggi
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A oltre quarant’anni dall’uccisione di Giancarlo Siani, Marco Risi torna a parlare di Fortapàsc, ospite della Primavera del Cinema a Cosenza del patron Giuseppe Citrigno. Un film che nacque da un’immagine e da una sensazione di stupore.
«All’epoca non conoscevo nel dettaglio la sua storia», ci racconta il regista. «Però mi ricordavo benissimo quell’immagine del 1985: questo ragazzo riverso in una macchinetta di plastica, così esposta, così facile da colpire. Io ero più grande di lui di qualche anno. Mi sono sempre chiesto: perché? Perché uccidere un ragazzo così?».
Siani, unico giornalista ucciso dalla camorra, diventa per Risi un pensiero ricorrente. «Quella cosa ha lavorato dentro di me nel tempo».
La prima scintilla si accese in Risi dalla lettura del libro L’Abusivo di Antonio Franchini. «Era interessante, ma non è stato determinante». La svolta arrivò quando Rai Cinema decise di sostenere il progetto. «Mi arrivò un soggetto scritto dal mio grande amico Andrea Purgatori, che purtroppo non c’è più, insieme a Jim Carrington. Lì ho capito che c’era la materia per farne un film».
Il progetto si blocca, slitta di quattro anni, sembra finito. Poi ritorna. E diventa uno dei film più amati dal regista. «Non fu un grande successo al cinema quando uscì. Ma negli anni è cresciuto. Credo sia uno dei miei film migliori».
Il volto di Siani è quello di Libero De Rienzo, attore di grande talento scomparso prematuramente. «Lui amava farsi chiamare Picchio», ricorda Risi. «Io rispetto la sua volontà, anche se Libero era un nome bellissimo».
Il primo incontro con lui non fu folgorante. «Quando si presentò non sembrava Giancarlo. Era chiuso, torvo, con i capelli unti. Siani era un ragazzo borghese, pulito, con la camicia. Ma quando alzò gli occhi e vidi il suo sguardo, capii che poteva essere lui».
Durante le riprese il fratello di Siani visitava spesso il set. «Questo legava molto Picchio al film. Gli voleva bene».
E poi c’è l’auto, l’auto originale di Siani che appare nel film. «Era stata venduta e l’abbiamo ritrovata in Sicilia in modo fortuito. Era stata ridipinta. Noi l’abbiamo riportata al colore originale e una volta cambiata la batteria non ci ha mai lasciati. Quando ho visto il libretto con il nome di Giancarlo Siani è stata un’emozione forte».
Poi accadde una cosa molto particolare. «Un uomo in moto si fermò, riconobbe la macchina e chiese: “Ma quella è la macchina di Giancarlo?”. Quando seppe che stavamo facendo un film su di lui disse: “Dite al regista di farlo bene, perché Giancarlo aveva un cuore grande così”. Questa cosa me la ricordo ancora come fosse accaduta ieri».
Tra neorealismo e libertà
Negli anni ’80 Marco Risi comincia con la commedia. Dirige tre film con protagonista Jerry Calà, il primo “Vado a vivere da solo” negli anni è diventato una miniera di battute cult. Poi la svolta. Con Soldati – 365 all’alba cambia registro, cambia tono, cambia sguardo. Era un’altra epoca, un’altra Italia, quella che Risi amava dipingere con i suoi colori.
Nel film raccontò del nonnismo che correva tra le file dei militari e scelse come colonna sonora un gran bel pezzo scritto da Umberto Smaila, “Soldati”, nostalgico nelle note già alla nascita. Famosa la battuta che dice Dapporto, con la mascella indurita, al soldato semplice Amendola: «Io la spezzerò Scanna».
Negli anni ’80 qualcuno definì il suo cinema “neo-neo-realista”. «Quando sentivo questa definizione riferita a me dicevo: troppi “neo”», sorride. «Ma essere accostato al neorealismo fa piacere. È il momento in cui il cinema italiano è stato conosciuto nel mondo».
Ma Risi non ama restare incasellato. «Mi piace cambiare genere. Ho fatto anche L’ultimo Capodanno, che è completamente diverso dagli altri film. Qui da noi c’è il vizio di metterti in una scatola: sei quello e devi fare sempre quello. Forse solo Billy Wilder è stato uno dei pochi capaci di fare commedia e dramma con lo stesso successo».
Alla provocazione sulla qualità della scrittura nel cinema italiano, Risi risponde con cautela. «Prima pensavo che non fosse più all’altezza del passato, ma mi sto ricredendo». Cita “Il Nibbio” e “40 secondi”. «Scritti e recitati molto bene».
E poi i “grandi”: «Sorrentino, Garrone. Garrone forse è il mio preferito. Il problema è che la gente non va più al cinema e poi ne parla male. In realtà ci sono cose interessanti, bisogna solo vederle».

