Il giorno dopo la prima serata del Festival di Sanremo 2026, il dibattito non si è acceso solo sulle canzoni in gara ma anche sui volti che hanno affiancato il conduttore sul palco dell’Ariston. Tra questi, Can Yaman, chiamato a vestire i panni di co-conduttore, è finito nel mirino di Selvaggia Lucarelli. Ospite di La Vita in Diretta per commentare la serata inaugurale andata in onda martedì 24 febbraio, la giornalista non ha nascosto le sue perplessità.

«Non lo amo particolarmente, non è stato male, si è adeguato ai tempi», ha esordito Lucarelli, scegliendo una linea apparentemente morbida prima di affondare il colpo sulla scelta artistica. Secondo l’opinionista, la presenza dell’attore turco non avrebbe aggiunto molto alla narrazione della serata. «Lo trovo un po’ uno stereotipo del maschio stra virile, con questo olio di oliva spalmato sul petto…», ha scherzato, evocando un’immagine volutamente caricaturale che ha subito fatto il giro dei social.

Il punto, però, non è stato solo estetico. Per Lucarelli, Can Yaman avrebbe incarnato un modello di mascolinità già visto e rivisto, più legato all’icona muscolare che a un contributo sostanziale allo spettacolo. «Non mi entusiasma, maschio muscoloso… non ha aggiunto niente, ho apprezzato molto di più il Sandokan vintage», ha detto, chiamando in causa Kabir Bedi, ospite della stessa serata e simbolo di un’altra epoca televisiva. Un confronto che pesa, soprattutto perché Bedi resta nell’immaginario collettivo come il Sandokan per eccellenza, capace di attraversare generazioni.

Le parole di Selvaggia Lucarelli hanno immediatamente alimentato il confronto sul ruolo dei co-conduttori a Sanremo e sulla scelta di puntare su figure dal forte impatto mediatico. Can Yaman, 36 anni, attore turco noto al grande pubblico italiano per fiction di successo e per il recente ritorno nei panni di Sandokan, rappresenta un volto internazionale capace di attirare attenzione e pubblico. Ma secondo la giornalista, l’operazione non avrebbe centrato l’obiettivo.

A rafforzare la critica è intervenuta anche Iva Zanicchi, presente in studio, che ha condiviso la lettura di Lucarelli: «Sono d’accordo. Non l’hanno trattato benissimo, non gli puoi far fare il valletto dai». Un’osservazione che sposta l’attenzione dal singolo alla regia complessiva della serata. Se da un lato si discute dello stereotipo del “maschio virile", dall’altro emerge il tema della gestione scenica e del ruolo effettivamente assegnato all’attore sul palco.

Il Festival di Sanremo, come ogni anno, diventa così un laboratorio di linguaggi, simboli e rappresentazioni. La presenza di Can Yaman, con la sua immagine costruita tra fascino, fisicità e successo internazionale, ha diviso il pubblico: c’è chi ne ha apprezzato la presenza elegante e chi, come Lucarelli, avrebbe voluto qualcosa di più incisivo. In mezzo, resta la macchina perfetta e imperfetta dell’Ariston, dove ogni dettaglio viene amplificato e ogni giudizio si trasforma in titolo.

E mentre le canzoni cercano di conquistare classifiche e streaming, il dibattito su co-conduttori, ospiti e scelte artistiche continua ad animare il post-serata. Perché a Sanremo non si commenta solo la musica: si commenta tutto. Anche l’olio d’oliva immaginario sul petto.