La Nazionale si giocherà la finale del World Baseball Classic contro il Venezuela. Tra fuoricampo, caffè in panchina e storie di famiglia, emergono i talenti di origine calabrese che fanno battere il cuore agli azzurri e ai fan negli Usa
Tutti gli articoli di Sport
PHOTO
A Houston, quando la partita sembra poter scivolare via, sul monte di lancio sale Greg Weissert.
È il momento più delicato: basta un errore e Porto Rico rientra in partita. Lo stadio trattiene il fiato. Weissert lancia, glaciale. Chiude la gara: 8-6 e l’Italia del baseball continua a stupire il mondo.
C’è una storia che rende tutto ancora più suggestivo: Weissert è il nipote di nonna Zambelli, calabrese al cento per cento. È una di quelle radici che attraversano l’oceano e tornano a vivere su un campo di baseball, con una maglia azzurra addosso.
È anche da queste storie che nasce la Nazionale italiana che al World Baseball Classic ha improvvisamente conquistato giornali, televisioni e social e che nella notte tra lunedì e martedì affronterà il Venezuela per guadagnarsi una storica finale.
La squadra nata dalle storie di emigrazione
Philip Roth raccontava il baseball come una mitologia americana capace di parlare anche ai figli degli immigrati: ragazzi cresciuti in case dove i nonni faticavano ancora con l’inglese.
La Nazionale italiana arriva esattamente da lì: dalle comunità italiane cresciute negli Stati Uniti, in Canada, in Venezuela, dove il baseball è diventato parte della vita quotidiana.
Molti italiani lo hanno scoperto solo adesso, quasi all’improvviso. In realtà l’Italia partecipa al World Baseball Classic fin dalla prima edizione del 2006, portando in campo una miscela di professionisti della MLB e giocatori cresciuti nel movimento italiano.
Negli anni gli azzurri hanno battuto squadre di primo piano come Canada, Messico, Australia, Olanda e perfino Cuba. Ma questa volta è successo qualcosa di diverso: la vittoria contro gli Stati Uniti ha fatto esplodere l’interesse.
Il filo che porta in Calabria
Dentro questo mosaico di storie americane e italiane c’è anche un filo calabrese.
Uno dei nomi più affascinanti è quello di Jac Caglianone, giovane talento destinato secondo molti a diventare una futura stella dei Kansas City Royals.
La sua famiglia arriva da Buonvicino, piccolo centro della provincia di Cosenza. È uno dei tanti esempi di come le storie dell’emigrazione continuino a vivere nello sport.
Accanto a lui c’è anche Nick Morabito, promettente esterno dei New York Mets, anche lui con chiare radici calabresi e inserito nel roster azzurro per il World Baseball Classic 2026.
Sono ragazzi cresciuti negli Stati Uniti, ma con cognomi, racconti di famiglia e memorie che riportano continuamente verso l’Italia.
Cognomi cambiati, storie rimaste
Dietro ogni giocatore c’è un piccolo romanzo familiare.
Molti cognomi sono cambiati nel tempo, spesso a Ellis Island, la porta d’ingresso degli immigrati negli Stati Uniti. Così Pasquantonio è diventato Pasquantino, Di Zenzo è diventato Dezenzo, Canzona è diventato Canzone.
Ma le storie sono rimaste.
Il capitano Vinnie Pasquantino lo racconta spesso: il nonno gli parlava dell’Italia ogni domenica a pranzo. Oggi continua a farlo al telefono, chiedendo notizie della Nazionale e delle parole italiane che il nipote ha imparato nello spogliatoio.
Il manager e l’idea di un gioco offensivo
A guidare questa squadra c’è Francisco Cervelli, ex catcher dei New York Yankees. La sua filosofia è semplice e aggressiva: “Attacco, attacco, attacco”.
Il risultato? Fuoricampo a raffica, spettacolo continuo e una squadra che gioca senza paura anche contro le potenze storiche del baseball mondiale.
La macchinetta del caffè e i fuoricampo
Se sui social la Nazionale italiana è diventata virale, gran parte del merito è di un oggetto simbolo dell’Italia: la macchinetta del caffè in panchina.
La tradizione è nata nel 2023 quando un coach portò l’espresso nel dugout. Oggi è diventata una vera cerimonia: dopo ogni fuoricampo il battitore riceve un espresso premio.
Un rituale che ha già regalato momenti memorabili. In una partita, ad esempio, il giovane Sam Antonacci ha bevuto il caffè di colpo… sputandolo subito dopo: era bollente.
Tra Modugno, Bocelli e cori sugli spalti
Sugli spalti del Daikin Park di Houston succede di tutto.
Quando dagli altoparlanti parte “Volare”, nella versione dei Gipsy Kings, lo stadio canta insieme agli italoamericani.
E nello spogliatoio la squadra intona spesso “Time to Say Goodbye”, versione inglese di “Con te partirò”, il celebre brano di Andrea Bocelli.
È un’Italia un po’ romantica, quasi nostalgica, quella che molti giocatori hanno ricevuto in eredità dai nonni.
Orgoglio azzurro dall’altra parte dell’oceano
Dietro i 27 americani che vestono la maglia azzurra ci sono storie di emigranti arrivati in America più di un secolo fa. Operai, muratori, barbieri, artigiani.
Persone che cercavano una vita migliore e che oggi vedono i loro nipoti rappresentare l’Italia su un palcoscenico mondiale.
Come ha ricordato il general manager Ned Colletti dopo una vittoria: gli italiani hanno contribuito a costruire l’America, dalla metropolitana di New York all’Empire State Building.
Ora i loro discendenti stanno costruendo qualcosa di diverso: una Nazionale di baseball capace di unire Italia e diaspora, memoria e futuro.
E in mezzo a tutto questo, tra Houston e Miami, tra fuoricampo e caffè espresso, c’è anche un piccolo pezzo di Calabria.

