Sulla bonifica del Sin di Crotone si sfiora il surreale: dopo oltre 25 anni i cittadini attendono ancora ecogiustizia, con il ripristino ambientale delle aree a mare e a terra pesantemente inquinate, con gravi ricadute sulla salute e sull’economia del territorio. Quanto accaduto ed emerso in questi giorni, sulla base delle dichiarazioni rilasciate dall’Amministratore delegato di Eni Rewind, obbliga a una serie di riflessioni.

La prima è che l’unico a dichiararsi sorpreso del rinvenimento di Tenorm (materiali radioattivi di origine naturale) all’interno del Sin sembra essere proprio Grossi, nonostante sia AD di una società il cui core business sono le bonifiche, comprese tutte le attività preliminari di campionamento, carotaggio e caratterizzazione. Una circostanza quantomeno curiosa. Stiamo parlando, infatti, di un sito industriale interessato per oltre cinquant’anni non solo da un’industria metallurgica come Pertusola Sud, ma anche da attività chimiche, con Montedison e i successivi passaggi di proprietà e denominazione, da Montechini in poi. Peraltro, la presenza di Tenorm riguarda anche le altre aree oggetto di bonifica che, secondo il cronoprogramma ipotizzato, dovrebbero essere avviate dal 2027: in pratica, una questione che sapevamo tutti di dover affrontare nel giro di pochi mesi. Occorre ricordare, per l’ennesima volta, che la bonifica così come oggi prevista è già di per sé un compromesso, frutto dell’accordo sottoscritto con Eni attraverso il Pob2 da chi rappresentava il territorio: si bonifica solo una parte dell’ex sito Pertusola, mentre per il resto si prevede una mera messa in sicurezza. E nonostante ciò, non è la prima volta che assistiamo a tentativi di sospendere o ritardare i lavori.

La seconda riflessione riguarda la destinazione dei rifiuti pericolosi: un vero e proprio corto circuito che da anni blocca di fatto il processo. Tutti a stracciarsi le vesti con lo slogan «via i veleni», agitando il Paur come se fosse la soluzione miracolosa per la città, ma senza l’onestà intellettuale di ammettere che il Paur blocca solo i rifiuti provenienti dal nostro Sin, mentre rifiuti della stessa tipologia, lavorati dalla stessa Eni ma provenienti da altri siti, continuano a trovare collocazione sul territorio cittadino.

Una grande contraddizione che ci portiamo avanti da anni e che molti preferiscono non vedere. Basta non citarla. Anche l’ipotesi del soil mixing, che da un lato riduce pericolosità e quantità dei rifiuti pericolosi da smaltire, non elimina il problema finale: lo smaltimento in discarica. E anche qui serve chiarezza e onestà intellettuale. Alla fine della giostra si arriva sempre allo stesso punto: serve una discarica per conferire i rifiuti della bonifica. All’estero? Occorre fare i conti con i criteri di prossimità, con permessi e normative sempre più stringenti sul trasporto transfrontaliero dei rifiuti. Fuori regione? Un’ipotesi altrettanto poco credibile: quale Regione accetterebbe?

Se dunque una discarica di scopo deve esserci, allora che sia pubblica, realizzata con fondi Eni, ma pubblica, gestita dagli enti locali e destinata esclusivamente al SIN, che non riguarda solo Pertusola, ma anche l’ex Montedison e l’intera area industriale, dove chiunque voglia investire sa di dover affrontare costi di caratterizzazione e smaltimento.

Legambiente, che pratica ambientalismo scientifico, lo sostiene da anni: non basta dire «via i veleni». Occorre dare risposte reali e concrete.

Fino a quando la bonifica non verrà trattata come una questione non solo ambientale, ma anche sanitaria e di sviluppo locale, e finché resterà prigioniera di logiche di mera propaganda politica, la città e il territorio continueranno ad attendere un risanamento che, vergognosamente, tarda ad arrivare.