Non è finita finché non sarà finita davvero. Finché, cioè, la preoccupante sequela di eventi degli ultimi anni non troverà un argine. Ed è proprio il caso di dirlo perché proprio di argini parliamo. Dei quasi centenari argini del fiume Crati che più di una volta hanno dimostrato di non reggere alla violenza di fenomeni meteorologici estremi ormai sempre più frequenti. Così, la zona della Sibaritide si trova stretta in una morsa: da una parte il cambiamento climatico al quale – dicono gli esperti – bisogna abituarsi (magari però mettendo in campo politiche di contrasto mirate), dall’altra una mancanza di manutenzione del territorio che troppo spesso in tempi recenti ha dato i suoi frutti amari.

Ventisette esondazioni in 13 anni, troppe per continuare a parlare di imprevedibilità o di drammatica fatalità. Troppe anche per sbandierare il vessillo di eventi eccezionali che – abbiamo visto – tanto eccezionali non sono.

Gli allarmi erano stati lanciati, le criticità rilevate. Il pericolo messo nero su bianco in una perizia del geologo e ricercatore del Cnr Carlo Tansi del 2014 che oggi suona dolorosamente profetica. Non è però di profezia che bisogna parlare, ma di facile previsione in una terra che non è mai uscita dall’ottica dell’emergenza per entrare in quella della prevenzione.

Proprio quella perizia è finita dentro a un’interpellanza parlamentare presentata nei giorni scorsi dal deputato di Avs Angelo Bonelli, rivolta ai ministri di Ambiente, Infrastrutture e Protezione civile. Fatto il danno – l’ennesimo – c’è da accertare le cause. E le eventuali responsabilità. Non per sterile accanimento, ma perché non accada di nuovo.

Abusivismo, assenza di interventi, finanziamenti chiusi in un cassetto. Questi i problemi rilevati da Tansi e di cui, 12 anni dopo, il rappresentante di Alleanza Verdi Sinistra chiede conto ai titolari dei ministeri competenti. Sottolineando un aspetto che lo stesso geologo aveva messo in luce: «L’evento si è verificato in pieno giorno, mentre se fosse accaduto durante le ore notturne avrebbe potuto sorprendere nel sonno migliaia di abitanti delle aree coinvolte, molti dei quali residenti in abitazioni a un solo piano, con il rischio che oltre ai danni materiali avremmo potuto registrare delle vittime».

Le zone colpite dall’esondazione, ricordiamolo, hanno un vincolo Pai R4, la massima categoria di rischio, dove un’eventuale alluvione potrebbe causare la perdita di vite umane.

L’interpellanza di Bonelli, che di recente è stato in visita nella Sibaritide, ripercorre punto per punto le anomalie rilevate nella perizia del 2014, per poi dare fondo alle richieste: «Quali iniziative di competenza i ministri intendano assumere per accertare le cause che hanno portato alla drammatica esondazione del Fiume Crati del 13-14 febbraio 2026 e in ordine alle responsabilità per la mancata manutenzione e vigilanza dell’alveo e degli argini; quali azioni concrete siano state finora adottate per garantire la sicurezza idraulica del tratto terminale del fiume Crati e delle aree golenali e quali interventi urgenti e prioritari di competenza siano programmati per evitare che si ripetano eventi analoghi; se risulti che i finanziamenti stanziati negli anni per la mitigazione del rischio idrogeologico siano stati effettivamente spesi; quali iniziative di competenza siano state adottate o siano previste per rimuovere gli agrumeti e altre piantumazioni illegali in alveo per prevenire ulteriori ostruzioni al libero deflusso delle acque; quali iniziative di competenza si intendano assumere per garantire il rispetto delle norme di polizia idraulica e la manutenzione continuativa di alveo e degli argini, per evitare ulteriori rischi per migliaia di cittadini e per il patrimonio storico culturale del Parco archeologico della Sibaritide e se siano previste strategie di allerta e piani di evacuazione efficaci per proteggere le popolazioni residenti in aree ad alto rischio, considerando che eventi simili si sono verificati 27 volte negli ultimi 13 anni».

Legambiente: «Omissioni e ritardi, servono azioni sinergiche»

Nei giorni scorsi anche Legambiente Calabria è tornata su quanto accaduto un mese e mezzo fa nella Piana di Sibari, chiedendo interventi di mitigazione del rischio non più rimandabili dati anche i precedenti.

La presidente regionale Anna Parretta e quella del Circolo Corigliano Rossano Evelina Viola, in una nota, fanno riferimento alla stessa relazione del 2014: «Le indagini penali effettuate e le perizie sui luoghi, come quelle redatte dal geologo Carlo Tansi, rivelavano una serie di concause quasi esclusivamente di origine antropica, tra le quali lo stato di pressoché totale abbandono dell’alveo e degli argini, la presenza di agrumeti abusivi e di sbarramenti causati da alberi divelti e ammassati. Una situazione molto critica in un’area a rischio di inondazione R4 e sottoposta a vari vincoli di tutela, ricadendo in un’area Sic (Sito di Interesse Comunitario), identificata con codice IT9310044 “Foce del Fiume Crati”, finalizzata alla tutela degli habitat naturali e delle specie animali e vegetali di interesse comunitario, oltre che a vincoli paesaggistici e archeologici».

Le rappresentanti dell’associazione rilevano come a distanza di tanti anni nulla o quasi sia cambiato rispetto al «quadro di omissioni e ritardi» messo in luce nel documento. E sollecitano la messa in atto di «azioni sinergiche e determinate su tutta l’asta fluviale, che rispondano agli eventi meteorologici sempre più frequenti e intensi causati dal cambiamento climatico, con una governance unica e strumenti che coinvolgano tutti i portatori di interesse, per trovare soluzioni come, ad esempio, l’attivazione di un contratto di fiume con scopi ben individuati».

Quella perizia del 2014 oggi appare, più che un documento d’archivio, una lezione inascoltata. La natura, quando colpisce negli stessi luoghi e con la stessa dinamica, non lancia segnali ambigui: indica con precisione dove intervenire.