Premiato al Re Italo – Terre degli Enotri, Matteo Pugliese racconta la scelta di lasciare una carriera avviata nel Nord Italia per tornare a San Basile, nel Pollino. Una storia di innovazione, impresa e fiducia nel futuro della Calabria
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A soli 29 anni ha scelto una strada controcorrente: conquistato un importante successo professionale al Nord, lontano dalla propria terra, ha deciso di tornare in Calabria per costruire qui il suo futuro. Matteo Pugliese, fondatore di Dritara, rappresenta uno dei volti più significativi di una nuova generazione di giovani meridionali che scommette sull’innovazione, sul digitale e sulla valorizzazione del territorio.
Il conferimento del Premio Re Italo – Terre degli Enotri, giunto alla sua quarta edizione e tenutosi a Lamezia Terme, rappresenta un riconoscimento importante non solo per il percorso imprenditoriale di Pugliese, ma anche per una visione diversa del Mezzogiorno: un Sud che non si arrende allo spopolamento, alla fuga dei talenti e alla rassegnazione, ma che punta sulle proprie energie migliori per costruire sviluppo e futuro.
A presentare Matteo Pugliese durante la cerimonia è stato Franco Laratta, direttore dell’informazione del network LaC, che ha richiamato l’attenzione sulle tante storie di giovani professionisti e imprenditori che, dopo essersi affermati altrove, hanno deciso di tornare nella loro terra d’origine per investire competenze, idee e speranze. Una scelta coraggiosa che lo stesso Matteo Pugliese ha compiuto, decidendo di ripartire dalla Calabria e da un piccolo borgo del Pollino, trasformando il ritorno in una sfida imprenditoriale e culturale.
Matteo Pugliese racconta come si costruisce un’impresa digitale nel Mezzogiorno partendo da un borgo del Pollino: «La periferia è una prospettiva, non una condanna». Il borgo si chiama San Basile, in provincia di Cosenza.
Il Premio Re Italo è stato assegnato negli anni a personalità del mondo della cultura, dell’impresa e delle istituzioni. Che significato ha per te ricevere questo riconoscimento a così giovane età?
Non me lo aspettavo. Non per falsa modestia: perché questo premio negli anni ha riconosciuto chi ha costruito questa regione con decenni di lavoro. Io sono all’inizio di quel percorso.
Il punto però non è l’età. È che per la prima volta un riconoscimento come questo è andato a qualcuno che lavora sul digitale da un piccolo paese della provincia di Cosenza. Per me significa che la direzione è quella giusta.
Hai scelto di tornare in Calabria e di ripartire da un piccolo borgo del Pollino. In un tempo in cui molti giovani continuano a partire, cosa ti ha spinto a fare la scelta opposta?
La risposta onesta è: un po’ di incoscienza. Non avevo la certezza che avrebbe funzionato. Non ce l’ha nessuno quando parte.
Ho trascorso anni a lavorare con grandi aziende nel Nord Italia. Ho imparato un mestiere. Ad un certo punto ho deciso di portarlo qui, a San Basile, e di vedere cosa succedeva. La paura c’era, e il senso di solitudine nei primi tempi è un rischio reale che chi fa questa scelta deve mettere in conto.
Quello che mi ha tenuto in piedi non è stata la motivazione. È stata la competenza. Quando sai fare bene una cosa, prima o poi le persone se ne accorgono. E mano a mano che andavo avanti ho incontrato altri che stavano facendo lo stesso percorso, con la stessa determinazione, dallo stesso territorio. Lavorare insieme a loro è diventato l’unico modo sensato per andare avanti.
Nel tuo intervento hai affermato che «l’innovazione non arriva al Sud, parte dal Sud». Quali sono oggi, secondo te, le energie e le competenze che la Calabria esprime e che spesso vengono sottovalutate?
La sottovalutazione più grande è quella che fanno i calabresi su sé stessi.
Quando entro in un’azienda calabrese per la prima volta, trovo quasi sempre persone che hanno già risolto problemi complessi con pochissime risorse. Hanno sviluppato una capacità di adattamento che altrove si paga cara nei corsi di management. Il problema non è la competenza: è la narrazione che quella competenza si porta dietro. «Siamo bravi nonostante il contesto». Quel nonostante è il nemico.
Io lavoro ogni giorno con PMI, professionisti e pubbliche amministrazioni di questo territorio. Quello che vedo non è un Sud che aspetta. È un Sud che spesso non sa quanto vale quello che sta già facendo.
Con Dritara stai raccontando un’altra immagine della Calabria, lontana dagli stereotipi. Qual è la narrazione che vorresti contribuire a costruire per le nuove generazioni?
Non voglio costruire una narrazione alternativa. Voglio smettere di parlare di stereotipi.
Ogni volta che si parte dagli stereotipi per negarli, si finisce per rafforzarli. La Calabria non ha bisogno di essere difesa. Ha bisogno di essere raccontata per quello che produce adesso, con nomi, cognomi e indirizzi precisi.
Un’impresa di Crotone che automatizza i suoi processi con l’AI non è una storia di riscatto del Sud. È una storia di impresa. Una pubblica amministrazione calabrese che digitalizza i suoi servizi non è un’eccezione da celebrare. È quello che dovrebbe essere normale.
La narrazione che voglio contribuire a costruire non ha bisogno di aggettivi geografici per reggere. Quando una storia è vera e concreta, sta in piedi da sola.
Spopolamento, inverno demografico e fuga dei talenti rappresentano sfide enormi per il Mezzogiorno. Cosa diresti a un giovane calabrese che sta pensando di lasciare la propria terra per cercare opportunità altrove?
Non gli direi di restare. Sarebbe disonesto.
Partire per imparare un mestiere, per confrontarsi con contesti diversi, per capire come funziona il mondo fuori: ha senso. L’ho fatto anch’io. Il problema non è partire. È partire convinti che qui non ci sia niente a cui tornare.
Quello che direi è più scomodo: prima di decidere dove vuoi stare, chiediti quanto sei bravo in quello che fai. Perché se la risposta è «abbastanza», il luogo diventa una variabile, non il problema. Ho conosciuto persone competenti che hanno scelto di restare e stanno costruendo qualcosa di solido. Ho conosciuto persone competenti che sono partite e sono tornate. Il filo comune non era la geografia. Era la qualità del lavoro.
La fuga dei talenti è reale. Ma spesso i talenti non fuggono dalla Calabria: fuggono dall’idea che la Calabria non meriti i loro talenti. Sono cose diverse.
Guardando ai prossimi dieci anni, quale Calabria immagini e quali condizioni ritieni indispensabili affinché sempre più giovani possano scegliere di restare o di tornare, come hai fatto tu?
Non immagino una Calabria che ha risolto i suoi problemi. Immagino una Calabria in cui chi sceglie di restare non viene più trattato come un caso anomalo da raccontare.
Le condizioni che servono non sono misteriose. Connettività reale nei borghi, non sulla carta. Pubblica amministrazione che usa il digitale per semplificare la vita alle imprese, non per complicarla con nuovi adempimenti. Una rete di persone che hanno fatto la stessa scelta e si parlano, si supportano, costruiscono insieme invece di competere su un mercato che percepiscono come troppo piccolo per tutti.
Quest’ultima è la condizione che sottovalutiamo di più. I territori non si ripopolano con i bandi. Si ripopolano quando chi è rimasto smette di sentirsi solo. Quando un giovane che sta valutando se partire incontra qualcuno che è tornato e sta lavorando bene, quella conversazione vale più di qualsiasi incentivo economico.
Nei prossimi dieci anni la tecnologia renderà il luogo fisico sempre meno rilevante per molti lavori. La domanda non sarà più «puoi lavorare dal Pollino?» La risposta a quella domanda è già sì. La domanda diventerà: «vuoi farlo?» E lì entra tutto quello che nessun bando può comprare.
Nel messaggio pubblicato dopo il premio hai scritto: «Basta piangersi addosso, basta cercare lo straordinario». È quasi un manifesto generazionale. Qual è il messaggio che vuoi lanciare ai giovani del Sud che oggi guardano al futuro con incertezza ma anche con speranza?
Quella frase è nata a caldo, ma la penso da anni.
C’è un modo di raccontare il Sud che lo trasforma in una causa permanente. Ogni storia deve essere una storia di resistenza, ogni successo deve essere un atto di riscatto, ogni persona che costruisce qualcosa deve incarnare la speranza di un intero territorio. È un peso che non chiediamo a nessun altro. E che finisce per schiacciare proprio le persone più capaci.
Il messaggio che mi sento di dare non è «ce la puoi fare». È più scomodo: smettila di cercare la storia straordinaria da raccontare e fai bene il lavoro ordinario di ogni giorno. La competenza è l’unica cosa che nessun contesto può toglierti. Non la connessione internet lenta, non la burocrazia, non la distanza dai grandi centri.
Ho ricevuto ieri sera un premio importante. Ma quello che mi ha portato in quella stanza non è stata la resilienza. È stato il lavoro. Fatto bene, ogni giorno, da un posto che in molti considerano periferico.
La periferia è una prospettiva, non una condanna.
Chi intendi ringraziare in particolare? Chi ti ha saputo accompagnare e sostenere nel tuo ritorno in Calabria?
Chi mi è stato vicino sa già di esserlo stato. Non ho bisogno di fare una lista.
I ringraziamenti più importanti non vanno a chi mi ha incoraggiato quando le cose andavano bene. Vanno a chi non ha smesso di crederci nei momenti in cui la direzione sembrava sbagliata: la mia famiglia, le persone con cui lavoro ogni giorno. Quelle persone le riconosci solo dopo, quando sei dall’altra parte.
E poi c’è chi ti dà una chance. Franco Laratta e tutto il network LaC mi hanno dato l’opportunità di raccontare questa storia, e questo conta quanto il lavoro stesso.
Dare fiducia ai giovani non è un gesto simbolico: è l’unico modo concreto per costruire qualcosa di nuovo in questa terra. Senza quella fiducia, molte storie come la mia restano nel cassetto.
La Calabria stessa, infine. Che ogni volta che sembrava non ricambiare, in realtà stava solo aspettando che facessi sul serio.
Matteo Pugliese tornerà a San Basile dopo questa intervista. Aprirà il computer, risponderà alle email, lavorerà con le imprese calabresi che lo hanno chiamato questa settimana. Lo stesso lavoro di ieri, lo stesso di domani.
Il Premio Re Italo, Terre degli Enotri quest’anno ha riconosciuto anche questo: che l’innovazione non ha bisogno di una città grande alle spalle per essere reale. Ha bisogno di qualcuno che la faccia, ogni giorno, senza aspettare il momento giusto.
Da un borgo del Pollino, il momento giusto è adesso.


