Il magistrato racconta le mafie storiche e quelle nuove: «Non solo omicidi, il vero potere si esercita nel silenzio, condizionando economia e politica del Paese». La prima puntata del nuovo format condotto da Mariassunta Veneziano in onda martedì 10 marzo alle 22:30
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Il 10 marzo alle 22:30 andrà in onda su LaC Tv la prima puntata di "Parliamo di mafie", che vedrà la partecipazione di magistrati, esperti del settore, ma anche di giovani che riflettono e si interrogano sul fenomeno mafioso. A condurre il nuovo format Diemmecom sarà Mariassunta Veneziano. La regia è di Andrea Laratta.
Tra i protagonisti il dottor Andrea Apollonio, giovane Pm, scrittore e studioso del fenomeno mafioso, che guiderà il percorso storico in ogni puntata. Lo abbiamo intervistato.
Quale è l'obiettivo del format?
«In un momento storico in cui le mafie sono letteralmente sparite dalle agende di gran parte dei partiti politici e della stessa compagine governativa, "Parliamo di mafie" vuole sollecitare il pubblico di LaC a parlare nuovamente di mafie, dopo il lungo silenzio degli ultimi anni: vogliamo accendere nuovi riflettori sul fenomeno mafioso che oggi mi pare sia ampiamente sottovalutato dalla classe dirigente del Paese. L'obiettivo è dunque quello di illustrare gli esordi delle quattro mafie storiche ('Ndrangheta, Cosa nostra, Camorra, Sacra corona unita) arrivando ai giorni nostri: e questo è stato possibile grazie alla consulenza di uno dei massimi e più autorevoli studiosi della storia mafiosa d'Italia, Enzo Ciconte, e alla partecipazione degli esperti della mafia della singola puntata».
Oggi pensiamo alle mafie come a un fenomeno criminale visibile, fatto di sparatorie, di omicidi, di arresti e processi. In realtà lei parla spesso di potere invisibile. Qual è oggi il vero volto delle mafie italiane?
«Nonostante il nostro Paese abbia pagato un tasso di sangue altissimo nel contrasto alle mafie, nonostante la politica e l'economia siano state pesantemente condizionate dai boss e dai capitali mafiosi, e in parte continuino ad esserlo, ancora non abbiamo imparato la lezione. Quando una mafia non spara, non vuol dire che è scomparsa, tutt'altro; riesce a condurre meglio i suoi affari, approfittando dell'abbassamento della soglia di attenzione della collettività: questo ancora non l'abbiamo capito. La mafia è per sua natura potere invisibile perché preferisce sempre agire lontano dai riflettori; e sa bene che quando spara e uccide i riflettori si accendono, e le coscienze si risvegliano. Un grande plauso va quindi a LaC, che ha aderito ad un progetto civile di portata enorme: evitare che le coscienze si addormentino, perché non disturbate dai colpi di pistola. Ricordare i decenni che abbiamo attraversato è fondamentale per rimanere desti».
Cosa nostra, 'Ndrangheta, Camorra, Sacra corona unita: quattro mafie molto diverse spiegate in quattro puntate. E' stato difficile raccontarle?
«Non è semplice limitare a poche battute la storia di mafie che hanno più di un secolo di storia, farne una sintesi rivolta al grande pubblico, raccontare grandi dinastie mafiose in poco più di venti minuti, il tempo di una puntata. Ma proprio questa è stata la sfida del format: parlare a tutti, e senza effetti speciali o immagini spettacolari, con la sola forza della parola e del racconto, "parlare di mafie"».
Il format riguarda le quattro mafie storiche: vuol dire che sono le uniche organizzazioni mafiose da attenzionare?
«Assolutamente no, nuove mafie negli ultimi decenni sono proliferate, insediandosi in territori che un tempo erano considerati estranei al radicamento mafioso. Pensiamo a come le mafie storiche sono riuscite ad infiltrarsi al Nord aggredendo l'economia; pensiamo ai nuovi agglomerati mafiosi anche nelle regioni del centro-sud: ai clan mafiosi di Ostia, ai terribili gruppi foggiani o a quelli dei Nebrodi. E' un panorama molto variegato, e non si può indicare la luna e guardare il dito: è il metodo mafioso che fa di un gruppo di criminali una mafia, al di là dei nomi e dei luoghi. Per questo il rigore nell'analisi del fenomeno deve essere massimo, e non può prescindere dalla conoscenza storica: come sono nate, e come si sono sviluppate, le mafie? E' a questa domanda che tenteremo di dare una risposta».
La risposta viene data anche dagli esperti delle relative mafie, diversi per ciascuna puntata: è così?
«Ogni puntata ha il suo esperto. Tutti riconoscono in Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, un riferimento assoluto nella conoscenza profonda della 'Ndrangheta, tutti conoscono la storia di Raffaele Cantone, oggi procuratore della Repubblica di Perugia, che a Napoli ha sfidato i principali boss della Camorra. Ma non ci sono solo magistrati. Pasquale Angelosanto è colui che, da comandante del ROS dell'Arma dei Carabinieri, ha contribuito in maniera decisiva alla cattura di Matteo Messina Denaro. E poi c'è Annibale Gagliani, uno degli studiosi più seri e promettenti del fenomeno mafioso pugliese. Questi sono gli esperti di "Parliamo di mafie". Da ultimo, consentitemi di aggiungere che la giornalista che ci guida in questo viaggio, Mariassunta Veneziano, è perfetta nel suo ruolo, sono certo che sentiremo parlare di lei».
L'ultima domanda è per la stretta attualità. Tra pochi giorni si andrà a votare per confermare o bocciare la riforma costituzionale che riguarda la magistratura. Hanno suscitato polemiche le affermazioni di chi ha detto che "i mafiosi voteranno sì". Ma cosa c'entra la riforma costituzionale con la storia delle mafie? Ci aiuti a capire.
«Non mi sembra casuale che i protagonisti del contrasto giudiziario alle mafie, a partire dal procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, dal procuratore di Palermo Maurizio de Lucia, quello di Napoli, Nicola Gratteri, abbiano tutti espresso profonda preoccupazione, perché se questa riforma venisse approvata verrebbero toccati delicati equilibri istituzionali col rischio che si verifichino meccanismi di pressione sui pubblici ministeri rispetto alle indagini più complesse e delicate: tutto questo non può certo giovare al contrasto alle mafie. Io, nel mio piccolo, condivido queste preoccupazioni e d'altronde ho già espresso pubblicamente la mia contrarietà alla riforma: voterò No. In ogni caso credo sia sbagliato ragionare per categorie di cittadini (questa categoria vota sì, quest'altra no), il voto dipenderà molto dalla sensibilità culturale di ciascuno rispetto a temi che sono determinanti per la nostra vita democratica; è giusto però, anzi è sacrosanto, che i protagonisti della lotta alla mafia dicano la loro. Non dimentichiamo che se l'Italia è ancora un paese libero e democratico, lo deve anche a quei magistrati che non hanno voluto arrendersi davanti alla dittatura mafiosa, e hanno pagato la loro fedeltà alla Costituzione col sangue».

