In Calabria, il Lunedì dell'Angelo ha diversi nomi, qualcuno più antico e più vero, qualcun altro più di rinnovata definizione: «u Pascune» si intreccia con “passalacqua”, “u lun i pasqua” lascia spazio alla più semplice festa. I nomi rimangono, le abitudini, in fondo, pure. Cambiano i mezzi di trasporto, cambiano i telefoni che documentano ogni griglia accesa, ma il rituale di uscire da casa, stare insieme e mangiare bene è lo stesso da generazioni.

Ed è una tradizione che si estende lungo tutta la dorsale calabrese, dalla Sibaritide alla Costa degli Dei, dal Pollino ai boschi silani, dai borghi arbëreshë della provincia di Cosenza, con varianti locali che raccontano quanto questa regione sia varia. Ma c'è una cosa che accomuna ogni famiglia, ogni borgo, ogni angolo di Calabria: la “mangiata”. Non comincia all’ora di pranzo, no, inizia già con la colazione del mattino, che molti non raccontano ma che tutti i calabresi riconoscono come l'inizio vero della giornata. Non il cornetto del bar, non il caffè in piedi. Una colazione vera, seduta o in piedi non importa, ma lenta, con tutto quello che la stagione e la dispensa familiare hanno da offrire, il meglio di ciò che è stato conservato dall'inverno.

I salumi casarecci, quelli fatti a dicembre quando si ammazzava il maiale di casa, trovano in questa mattina la loro consacrazione definitiva. La soppressata stagionata, il capocollo affumicato, la 'nduja spalmata sul pane, la salsiccia. E non manca il pecorino stagionato, non tagliato a fette sottili, non messo su un tagliere elegante ma spezzato a mano, in spicchi irregolari e generosi. Ogni boccone è già un racconto, del freddo di gennaio, delle mani che hanno lavorato, del tempo che ha trasformato la carne in qualcosa di straordinario. E alzi la mano che non pensa a sua maestà la “Frittata di asparagi selvatici”, preparata la mattina presto, spessa e dorata, con gli asparagi raccolti nei giorni precedenti da papà. È il piatto più atteso, quello per cui qualcuno si alza prima degli altri. Profuma di primavera, di terra umida, di cose selvatiche. E poi il vino, quello che arriva in damigiana, non in bottiglia, versato nel bicchiere senza cerimonie, rosso e denso, che sa di uva e di cantina. Il brindisi del mattino non ha discorsi, ci si guarda, si alza il bicchiere, e si capisce già che sarà una bella giornata. È un gesto che gli anziani fanno da sempre e che i più giovani imparano guardandoli, senza che nessuno glielo insegni esplicitamente. Poi si finisce di mangiare e si scarica la macchina, con la festa, quella da calendario, che ora può incominciare.

Tra i calabresi più previdenti esiste una pratica non scritta ma rispettata con rigore militare, ecco il sopralluogo del giorno prima, o all'alba stessa del Lunedì dell'Angelo. Si tratta di andare in avanscoperta nei parchi, nelle aree attrezzate, nelle pinete, per assicurarsi il tavolo migliore, quello con la giusta esposizione al sole, vicino alla sorgente d'acqua e alle griglie. Chi arriva tardi trova tutto occupato, chi arriva presto, invece, conquista il regno della giornata. La provincia di Cosenza è forse la più ricca di opzioni in tutta la regione. A nord, il Parco Nazionale del Pollino richiama ogni anno migliaia di famiglie con i suoi boschi, la Valle del Raganello e i Piani di Pollino con i leggendari pini loricati.

Nel cuore della provincia cosentina, una quindicina di borghi di origine albanese custodiscono una Pasqua diversa da tutte le altre. A Civita, Lungro, San Demetrio Corone, Frascineto, Acquaformosa, la settimana pasquale si chiude il Martedì dell'Angelo con le Vallje , danze coreutiche in abiti tradizionali di seta fucsia e oro che rievocano le gesta di Giorgio Castriota Skanderbeg. Non è folklore, è memoria identitaria viva che sopravvive da oltre cinquecento anni.

C'è un momento preciso nella vita di ogni ragazzo calabrese in cui la Pasquetta cambia significato. È l'anno in cui non si sale più in macchina con i genitori, non si va più con la famiglia. È l'anno in cui si chiama il gruppo di amici, si sblocca la casa al mare o la villetta in campagna di qualche genitore accondiscendente, e si organizza tutto da soli, per la prima volta. La casa diventa territorio libero, si cucina male ma con entusiasmo, si porta ognuno qualcosa da casa. La salsiccia di papà, il dolce della nonna, le bibite comprate all'ultimo momento, e si accende la brace con una certa goffaggine e molta soddisfazione. Anche loro, i ragazzi, portano la damigiana. Quella avanzata in cantina, quella che il nonno ha lasciato «per quando serve». E versarla nel bicchiere di plastica, seduti su una scalinata al mare o su un muretto di campagna, ha lo stesso sapore antico di libertà che ha sempre avuto. Per molti adolescenti cosentini e calabresi, quella giornata, in qualsiasi posto, diventa uno dei ricordi più nitidi dell'intera adolescenza. Non perché succeda qualcosa di straordinario ma perché è la prima volta che si sente davvero di poter fare a meno degli adulti, almeno per un giorno.

La Pasquetta, in tutta la Calabria, da nord a sud, il Lunedì dell'Angelo scatena la stessa energia collettiva. Nel Lametino, cantine e agriturismi aprono le porte con degustazioni di Gaglioppo. Sul versante vibonese, Capo Vaticano con le sue scogliere bianche diventa meta di pellegrinaggio laico. Nell'entroterra reggino, i paesi grecanici della Bovesia e il Parco dell'Aspromonte accolgono chi cerca silenzio autentico.

Quello che unisce tutto è il gesto. Che siano padri di famiglia con il furgone carico di attrezzatura, nonni o quattordicenni alle prese con la loro prima carne bruciata, il rito è lo stesso, comincia sempre allo stesso modo, di buon mattino,