Dal discorso di Schuman alla costruzione dell’Ue fino alle crisi attuali. Perché tra guerre, sovranismi e incertezze globali, l’Europa resta un progetto fragile ma fondamentale
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Oggi, 9 maggio, è la Festa dell'Europa. Settantasei anni fa, in questa stessa data, il ministro degli Esteri francese Robert Schuman pronunciò la dichiarazione che diede inizio all'Unione europea. In un continente che torna a sentire il rumore dei carri armati, e in un mondo dove gli antichi alleati hanno smesso di esserlo, una domanda urgente: la stiamo ancora difendendo, o la stiamo solo usando?
Ma perché ci accorgiamo di quanto valgono le cose solo quando le perdiamo? Perché diamo per scontato ciò che, semplicemente, non lo è.
Lo facciamo con la salute, con le persone, con i diritti. Lo facciamo, senza nemmeno saperlo, con l'Europa. L'unica cosa che possiamo perdere è quella che pensiamo duri per sempre.
Per quasi mille anni, da Carlo Magno alla bomba di Hiroshima, questo continente è stato la fabbrica di guerra più produttiva del pianeta. Ottant'anni fa, oggi, sarebbe stato impensabile salire su un treno a Roma e scendere a Berlino senza un visto, una dogana, un controllo di polizia. Ottant'anni fa, una donna polacca o un uomo francese sopra una certa età avevano già seppellito un figlio, un fratello, un padre per via di un altro europeo. Le frontiere erano linee di sangue. La parola "tedesco" era la parola "nemico". Vivere fino a quarant'anni era un privilegio, non una statistica.
Poi qualcosa è successo. Il 9 maggio 1950, su un foglio di sei cartelle lette in una sala del Quai d'Orsay a Parigi, il ministro degli Esteri francese Robert Schuman propose alla Germania, al nemico di ieri, di mettere in comune le miniere di carbone e le acciaierie. Le materie con cui i due Paesi si erano fatti tre guerre in settant'anni diventavano la base di un mercato condiviso. Era un atto politico travestito da accordo industriale: se non puoi più produrre armi senza il consenso del tuo vicino, non gli farai la guerra. Sette anni dopo, sei Paesi a Roma firmarono il trattato che molti consideravano utopico. Trent'anni dopo erano dodici. Oggi sono ventisette. Una moneta unica, un mercato unico, un parlamento eletto, una corte di giustizia. L'Erasmus ha mandato in giro per il continente sei milioni di studenti, secondo i dati della Commissione europea. La libera circolazione ha permesso a decine di milioni di lavoratori di cercare fortuna oltre confine. Non è stato perfetto, non è stato indolore, non è ancora finito. Ma non si sono più sparati addosso. Settant'anni di pace tra i popoli che si erano massacrati per cento generazioni. È la cosa più straordinaria che la storia europea abbia prodotto, e nessuno la ricorda più. È diventata l'aria.
David Sassoli, presidente del Parlamento europeo morto nel gennaio 2022, lo aveva detto bene nel suo discorso di insediamento a Strasburgo, il 3 luglio 2019. Non era retorica, era autobiografia. "L'Unione europea non è un incidente della Storia", disse davanti agli eurodeputati. "Io sono figlio di un uomo che a vent'anni ha combattuto contro altri europei, e di una mamma che, anche lei ventenne, ha lasciato la propria casa e ha trovato rifugio presso altre famiglie." E aggiunse, con una frase che andrebbe incisa sopra ogni aula scolastica del continente: "Non siamo un incidente della Storia, ma i figli e i nipoti di coloro che sono riusciti a trovare l'antidoto a quella degenerazione nazionalista che ha avvelenato la nostra storia."
L'antidoto. La parola è precisa. Il nazionalismo è un veleno noto, e l'Europa è stata la cura. Una cura faticosa, imperfetta, costruita un trattato alla volta, ma una cura.
Il problema è che oggi il veleno sta tornando, e l'antidoto fa fatica.
Il continente vive il suo momento più precario dagli anni Cinquanta. Al confine orientale, la Russia conduce una guerra di aggressione contro l'Ucraina che entra nel suo quinto anno. Sull'altro lato dell'Atlantico, la presidenza Trump ha trasformato l'alleato storico in un partner imprevedibile, capace di trattare la NATO come un contratto a chiamata e l'Europa come un cliente da spennare. A est il riarmo cinese ridisegna il commercio globale. Dentro casa, in più di una capitale, governi sovranisti hanno scelto di erodere lo stato di diritto pezzo dopo pezzo: in Ungheria da quindici anni, e altrove con metodi più sottili. La Brexit ha lasciato una cicatrice che fa ancora male. E l'opinione pubblica, sondaggio dopo sondaggio, oscilla tra l'attaccamento sentimentale e la diffidenza concreta verso "Bruxelles", una parola che è diventata sinonimo di lentezza e burocrazia per chi ha dimenticato cos'erano i posti di blocco.
Difendere l'Europa, oggi, non basta più. La difesa è un atteggiamento conservativo, e l'Europa non si conserva sottovetro: si completa, oppure si sfalda. I padri fondatori, Spinelli, Schuman, De Gasperi, Monnet, non sognavano un grande mercato comune. Sognavano gli Stati Uniti d'Europa: una federazione con politica estera unica, difesa comune, capacità fiscale propria, una vera democrazia continentale. A settant'anni di distanza siamo ancora a metà del guado. Abbiamo l'euro ma non un bilancio federale degno di questo nome. Abbiamo un parlamento eletto ma non un governo che gli risponda. Abbiamo ventisette eserciti nazionali e nessun esercito europeo. Ogni crisi, pandemia, guerra, energia, ci scopre con la giacca abbottonata male.
Eppure, ogni crisi, finora, ci ha trovati ancora insieme. Nel 2020 l'Europa ha emesso debito comune per la prima volta nella sua storia per finanziare il NextGenerationEU. Ha comprato vaccini insieme. Ha imposto sanzioni a Mosca senza spaccarsi. Ha accolto, con tutte le sue contraddizioni, milioni di rifugiati ucraini. Sono passi piccoli, se misurati sul sogno di Ventotene. Ma sono stati passi che cinquant'anni fa erano impossibili.
Il punto è semplice, e forse per questo difficile da dire: l'Unione europea è la conquista politica più importante che il nostro continente abbia mai prodotto, e rischiamo di perderla per disattenzione. Non per un colpo di stato, non per un'invasione. Per stanchezza. Per ignoranza storica. Per la pigrizia mentale di chi pensa che il bene, una volta ottenuto, resti per sempre. Le cose date per scontate sono le prime a finire. Lo abbiamo visto con la salute, con la pace nei Balcani, con la libertà a Hong Kong, con la democrazia in più di un Paese che credevamo immune.
Allora difendiamola, sì, ma soprattutto facciamola crescere. Completiamola. Esigiamo dai nostri governi quel salto federale che da settant'anni viene rinviato a tempi più maturi, sapendo che i tempi maturi non arrivano mai da soli: si fanno maturare, o restano acerbi.
Mio nonno non avrebbe mai potuto prendere un volo per Parigi in tre ore senza un controllo. Mia nipote, se non staremo attenti, potrebbe non poterlo più. È in quello spazio sottile, tra ciò che è stato impossibile e ciò che potrebbe tornare a esserlo, che si gioca il destino dell'Europa. E il nostro.

