Per quattro anni l'agenda politica del governo è stata interamente assorbita da una sola questione: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, come se l'unicità della giurisdizione fosse il cancro inestirpabile della giustizia italiana. Non è così, ovviamente (è, anzi, l'unicità della giurisdizione, il vero valore aggiunto di un sistema davvero autonomo e indipendente che i paesi europei ci invidiano): ma entrare nel merito, adesso, non ha più senso.

Ha senso riflettere sul tempo perso. In quattro anni, neppure una virgola del dibattito politico è stata utilizzata per affinare gli strumenti normativi di lotta alla mafia, per bonificare le aree grigie di contatto tra mafia e politica, per scoprire i reati dei colletti bianchi corrotti e collusi. Come se tutto questo, nel nostro Paese, fosse una condizione normale, endemica: un contesto (la citazione sciasciana non è casuale) con cui i cittadini devono imparare a convivere. Al contrario, in questi quattro anni sono state varate leggi che hanno reso più difficili le indagini dei pubblici ministeri (vedi la riforma delle intercettazioni), abrogato reati essenziali per affermare la legalità nelle pubbliche amministrazioni (vedi la sorte dell'abuso d'ufficio), delegittimato l'operato della magistratura (dai test psicoattitudinali alle pagelle: ogni giro di boa era un tassello nero sull'immagine pubblica dell'ordine giudiziario).

Di separazione delle carriere non sentiremo parlare più per i prossimi anni, spero per i prossimi decenni: gli italiani hanno espresso un giudizio chiaro, avendo compreso bene che separare le carriere dei magistrati, introdurre organi di governo sorteggiati e giudici disciplinari speciali, voleva dire stracciare tutta la parte della Carta dedicata alla magistratura e riscriverla, a colpi di maggioranza. Forse la politica governativa ha creduto di essere non solo innocente davanti alla Costituzione ("nessuno è innocente davanti alla politica", diceva Giorgio Marinucci, un maestro del diritto), ma di esserne padrona, al punto da poterla riformare unilateralmente; completamente dimenticando la fatica del dialogo e del compromesso vissuta nell’Assemblea Costituente, che ha dato frutti preziosi. Un metodo - o meglio: una prova di forza - che ha spaccato il Paese, e che si è evoluto fatalmente in un voto pro o contro la magistratura, che è un potere dello Stato posto a tutela dei diritti dei cittadini. È andata come è andata.

Ma com'è andata davvero? È andata che abbiamo perso quattro lunghi anni: un tempo irrimediabilmente perso, un gap che non verrà mai più recuperato, rispetto alla velocità supersonica con cui si evolvono i fenomeni criminali. Le mafie oggi acquistano le partite di droga in bitcoin su piattaforme criptate estere, i funzionari corrotti si servono anche dell'intelligenza artificiale per truccare le gare pubbliche, mentre noi per quattro lunghi anni ci siamo accapigliati sulla separazione delle carriere e ci siamo preoccupati di limitare l'utilizzo delle intercettazioni e abrogare l'abuso d'ufficio.

Certo, rimane l'assetto voluto dai Padri Costituenti: ne gioisco, ma di una gioia dissolta nell'amarezza, nella solitudine di quattro lunghi anni tessuti da parole vuote, inutili. E oggi, tornati al punto di partenza di un dibattito sterile, che però la politica governativa ha ritenuto evidentemente centrale, con le dinamiche dei sistemi criminali ormai talmente evolute, talmente avanzate, da non essere più colte a occhio nudo (ed infatti, la politica governativa sembra non essersi accorta della loro presenza nel tessuto sociale del Paese), anche per chi come me si è speso fino all'ultimo per alzare il velo sulle storture di questa riforma, in difesa della Costituzione, non c'è nulla da festeggiare.

*magistrato