I cattolici e la politica vista da Papa Leone XIV era il tema di un interessante e recente convegno organizzato dal Serra Club International Italia – Club di Reggio Calabria. Tante le personalità che si sono succedute nel dibattito. Ne abbiamo parlato con il giornalista e scrittore Domenico Nunnari.

Nel corso del convegno si è ampiamente discusso dei cattolici in politica, una presenza che oggi è debole o frammentata rispetto al passato. Che cosa ne è uscito fuori dal confronto?
«Che c’è necessità, anzi urgenza, di una presenza dei cattolici in politica. E non si tratta di avere nostalgia della Democrazia Cristiana o di sognare nuovi partiti capaci di ricomporre l’area cattolica, ma di percepire l’esigenza di realizzare spazi dove donne e uomini cattolici che hanno da dire, o da fare qualcosa in politica, possano farlo, elaborando un nuovo modo di presenza sociale di ispirazione cristiana che la polarizzazione destra-sinistra ha cancellato, smontato, rendendo sempre più marginale o ininfluente l’area cattolica».

Dopo la fine della Democrazia Cristiana, i cattolici hanno continuato a impegnarsi nella vita pubblica, ma senza una casa comune. È stato un errore rinunciare a una rappresentanza politica riconoscibile?
«Sulla fine della Dc, partito nato con Alcide De Gasperi, sotto la spinta determinante di monsignor Montini, il futuro Paolo VI, ci sarebbe molto da dire. Ma la Dc ormai non c’è più e ogni nostalgia è inutile, anacronistica. Dissolta quell’esperienza, i partiti rimasti in campo o le formazioni politiche nate dopo non hanno mostrato reale interesse alla presenza dei cattolici ormai senza casa; anzi, li hanno emarginati e ostacolati. L’errore, se c’è stato – e c’è stato perché la Democrazia Cristiana era il pilastro su cui poggiava l’arco costituzionale – è consistito, da una parte, nel rinunciare a un’esperienza straordinaria e, dall’altra, nel pensare che, una volta eliminato l’ostacolo rappresentato dalla Dc, l’arrivo al potere dell’ex Pci e dei suoi uomini avrebbe rappresentato l’inizio di chissà quale rinnovamento del Paese. Così non è stato. E per quanto riguarda i cattolici eredi dell’esperienza storica della Dc, aver immaginato una nuova modalità di impegno in altri partiti è stato un ulteriore errore strategico».

La politica italiana sembra sempre più dominata da slogan, personalismi e conflitti. Quando e perché si è smarrito il senso della politica come servizio?
«Coincide, anche se non è la causa, con il momento in cui sono stati cancellati con un colpo di spugna i partiti tradizionali, come conseguenza dell’ondata moralista di Tangentopoli: non solo la Dc, ma anche il Psi, il Pri, il Pli, il Psdi, che insieme nel dopoguerra avevano costruito l’Italia democratica e libera. Quei partiti, anche i più piccoli, avevano un certo modo di vivere la politica, nelle sezioni, nei consigli comunali e provinciali, con la militanza quotidiana. Quello è lo spartiacque, il momento in cui la politica e il vecchio potere collassano e, invece del nuovo, si sono aperte le gabbie dov’era rinchiusa, silente e appartata, la mediocrità, e sono arrivati personaggi a dir poco improponibili come leader. Chiunque, da allora, può fare tutto e ambire a tutto».

Secondo lei i partiti, così come li abbiamo conosciuti, hanno ancora un futuro oppure siamo entrati definitivamente in una fase post-partitica?
«La questione più urgente da risolvere è ridurre la distanza tra politica e cittadini, e questo si può fare solo riservando una maggiore attenzione a quella società di mezzo che opera, lavora, agisce ed è il vero motore della società. Oggi il rapporto politica-cittadini è sbilanciato: sono spariti i segmenti intermedi e prima di tutto occorre rimetterlo in equilibrio. La politica, invece, si muove per ondate emotive, ha propensione per la lite, va dietro i sondaggi, non ha visione, capacità di andare oltre i conflitti: questa è la vera malattia della politica. Possono avere ancora una funzione i partiti? Non saprei. Bisogna partire dalla fotografia attuale: il cittadino non sta bene, è spaesato e arrabbiato, confuso in una massa indistinta. Questo, con i partiti o con altre forme di aggregazione, è il momento di sporcarsi le mani, di scendere per strada impolverandosi un po’ e ricostruire un tessuto comunitario. Che siano i partiti a farlo o nuovi movimenti post-partiti non ha importanza. Serve una risposta: il cittadino non può più aspettare».

È ancora possibile immaginare una “politica alta”, capace di visione, di mediazione e di pensiero lungo, o questo modello appartiene ormai al passato?
«La “chiamata più alta” per la politica è “servire il bene comune e dare priorità al benessere di tutti prima del tornaconto personale”, raccomandava Papa Francesco. È questa la sfida. È possibile che questo accada? Fino a quando ci sarà una classe politica, di governo e opposizione, cooptata come nelle peggiori dittature, la vedo dura. Servirebbe una scossa, ma non s’intravede. Occorrono uomini nuovi, che vivano la politica non come una professione qualsiasi, che siano capaci di dare un’anima alla politica».

I cattolici possono offrire oggi un contributo originale alla politica italiana, non confessionale ma ispirato ai valori della dottrina sociale della Chiesa? Quali temi potrebbero essere centrali?
«I cattolici, come diceva il padre gesuita Bartolomeo Sorge, che ho avuto il privilegio di conoscere e frequentare, hanno il compito di “dare un’anima alla politica”, che oggi più che mai ha bisogno di una rianimazione etica e culturale. Questo dovrebbe essere il punto di partenza, lavorando nel pre-partitico, impegnandosi nelle attività sociali, assistenziali, di volontariato, di iniziativa culturale e religiosa, per poi tradurre questo impegno in politica. Bisogna saldare il pre-politico alla politica: il tema centrale per un contributo efficace è dare una forte carica ideale alla presenza dei cattolici in una politica diventata ricerca del potere fine a se stesso».

In questo scenario di crisi democratica e disorientamento culturale, che responsabilità hanno gli intellettuali e il mondo dell’informazione?
«In un libro pubblicato qualche tempo fa, dal titolo Intellettuali, Sabino Cassese, testa lucida novantenne, come altri suoi coetanei – penso a Giuseppe De Rita – dice che i nostri sono tempi bui per gli intellettuali e pure per gli operatori dei media, cioè i giornalisti. Gli uni e gli altri, con il loro eccesso di presenza, sono ormai visti con sospetto e appaiono non immuni da vizi, come l’ideologismo, il più frequente, o come il credersi “unti”, pensando di non dover rispondere a nessuno. Secondo Cassese, una buona dose di umiltà non farebbe male né agli intellettuali né ai giornalisti. Penso che l’unico antidoto in grado di contrastare l’inquietante deriva di queste figure consista nel rovesciare la logica quantitativa reintroducendo correttivi qualitativi, cioè tornando a puntare su etica e responsabilità. Non possiamo rassegnarci a questo livello dei talk show. Nell’epoca di Internet, dove tutti possono salire in cattedra, di intellettuali e giornalisti si finisce con l’avere sempre meno bisogno».

Papa Leone XIV è una novità tutta da scoprire. Come potrebbe incidere nel ritorno attivo dei cattolici in politica?
«Che cosa pensa della politica Leone XIV lo abbiamo compreso dai suoi primi interventi dopo l’elezione, quando ha detto: “Non c’è da una parte l’uomo politico e dall’altra il cristiano, ma c’è l’uomo politico che, sotto lo sguardo di Dio e della sua coscienza, vive cristianamente i propri impegni e le proprie responsabilità”. Parole ribadite nel discorso ai parlamentari di 68 Paesi incontrati per il Giubileo dei governanti, quando ha ricordato che la politica ha il compito di tutelare il bene della comunità e promuovere un’effettiva libertà religiosa, per progettare stili di vita sani, giusti e sicuri, soprattutto per i giovani. Sono segnali in continuità con Papa Francesco, che sollecitava a passare “dal parteggiare al partecipare, dal fare il tifo al dialogare”, citando come esempi Aldo Moro e Giorgio La Pira, insieme a Dossetti, Fanfani, Lazzati e Alcide De Gasperi».

Il Papa può diventare, anche per i laici, un punto di riferimento morale e culturale?
«Certo che sì. Leone XIII, con la Rerum Novarum, affrontò le disuguaglianze della società industriale. Oggi Leone XIV si confronta con le sfide dell’automazione e dell’intelligenza artificiale, mantenendo l’uomo al centro. Da qui può nascere un discorso pubblico che investa l’intera collettività e colmi il vuoto etico di questi anni.

Guardando ai giovani cattolici, vede segnali di una nuova disponibilità all’impegno politico?
«Qualcosa negli ultimi tempi si sta muovendo: la “rete di Trieste” e altre iniziative puntano a superare le divisioni ideologiche e a promuovere un nuovo modo di fare politica basato sull’ascolto e sulla partecipazione. Anche se minoritari, questi fermenti sono importanti. Il cristianesimo è nato come minoranza. In Italia la presenza della Chiesa e del movimento cattolico ha avuto un ruolo positivo e determinante. Ripensare a quelle lezioni può essere faticoso, ma vale la pena provarci».