Negli ultimi tre anni abbiamo discusso di intelligenza artificiale come se fosse l'unica forza che ridisegna il lavoro. Non lo è. È una delle forze, e non la più grande. Partire da lì cambia tutto il resto del ragionamento.

Il lavoro del futuro ha le mani sporche

Il lavoro più in crescita al mondo nei prossimi cinque anni non è l'AI engineer. È il bracciante agricolo. Poi il fattorino. Poi l'operaio edile. Solo al quinto posto compare lo sviluppatore di software.

Lo certifica il World Economic Forum nel suo Future of Jobs Report 2025, costruito su dati di oltre mille aziende in cinquantacinque economie mondiali. È un dato che smonta tre anni di narrazione e pone una domanda precisa: cosa sta succedendo davvero al mondo del lavoro?

Lo schema si è invertito

Per vent'anni l'immaginario dell'automazione era dominato dai robot nelle fabbriche. L'operaio a rischio, il lavoratore d’ufficio al sicuro. Quello schema si è capovolto.

Nell'agosto del 2025 Erik Brynjolfsson e il suo team dello Stanford Digital Economy Lab hanno analizzato milioni di buste paga negli Stati Uniti e documentato un dato preciso: dal lancio di ChatGPT a fine 2022, l'occupazione tra i lavoratori di 22-25 anni con mansioni con mansioni da 1entry-level, è calata del 13%. I lavoratori over-30 nelle stesse occupazioni sono rimasti stabili o sono cresciuti.

Il motivo non è ovvio. L'intelligenza artificiale replica bene la conoscenza codificata, quella che si studia a scuola e si trova nei manuali: come si redige un contratto standard, come si costruisce un'analisi finanziaria di base, come si risponde a una richiesta di supporto tecnico.

Quella che non replica è la conoscenza tacita (la famosa: esperienza), quella che si accumula lavorando, sbagliando, correggendo nel tempo. Il senior la possiede. Il junior non ha ancora avuto il tempo di costruirla.

Ed è lì, in quel periodo di apprendistato sul campo, che l'automazione si è inserita. La tecnologia non ha preso le fabbriche. Ha tolto il primo gradino della scala professionale.

Il problema non è che il lavoro scompaia. È che la porta d’ingresso (per i giovani professionisti) si sta chiudendo. O senza essere catastrofici, sta cambiando.

L'AI costruisce data center. I data center hanno bisogno di elettricisti

La stessa rivoluzione che comprime il lavoro d'ufficio junior sta creando una domanda esplosiva di lavoro fisico qualificato. I data center non esistono nel cloud: si costruiscono con cemento, acciaio, cavi da centinaia di chilometri e sistemi di raffreddamento da ingegneria industriale.

Servono elettricisti specializzati, tecnici degli impianti di climatizzazione, installatori di infrastrutture critiche. Negli Stati Uniti i salari per queste figure hanno già superato quelli di molti laureati in informatica.

Un elettricista con esperienza su impianti di raffreddamento a liquido per data center può superare i centomila dollari l'anno.

In Italia la stessa dinamica si muove attraverso il PNRR. Il vero collo di bottiglia per spendere i 191 miliardi di euro entro agosto 2026 non sono gli AI engineer. Sono i project manager e i tecnici impiantistici.

La fibra ottica che arriva nei comuni del Sud, le reti elettriche che devono reggere la transizione energetica, i data center che nascono nelle aree industriali: sono cantieri reali, aperti adesso, che cercano figure tecniche concrete.

Il digitale ha bisogno di chi sa lavorare con le mani. Sono i new-collar jobs, un'espressione che non ha ancora un equivalente italiano preciso: mestieri tradizionali che incontrano competenze digitali, e che due-tre anni di narrazione sull'intelligenza artificiale hanno reso quasi invisibili, ma che costituiscono le figure più ricercate (e pagate!) dei prossimi anni.

Le due rivoluzioni che nessuno racconta

Il driver quantitativamente più grande del mercato del lavoro italiano nei prossimi anni non è l'intelligenza artificiale. Sono la transizione ecologica e la demografia.

Secondo le previsioni Unioncamere, entro il 2029 in Italia serviranno quattro milioni di lavoratori con competenze green. È il numero più alto tra tutti i fabbisogni occupazionali previsti, superiore a qualsiasi stima sui profili digitali.

Il World Economic Forum chiama questo fenomeno twin transition, transizione gemella: digitale e green avanzano insieme, e i profili più richiesti sono quelli che sanno muoversi in entrambi i mondi.

Il tecnico di impianti rinnovabili che legge i dati di produzione da remoto. L'energy manager che usa software di analisi per ottimizzare i consumi di un edificio. Il consulente ESG, ovvero chi aiuta le aziende a misurare e rendicontare il proprio impatto ambientale e sociale, che conosce sia la contabilità che i parametri ambientali.

Figure che non esistevano dieci anni fa e che oggi le aziende faticano a trovare.

Accanto a questo, silenziosa ma più grande di tutto il resto, c'è la transizione demografica. In Italia mancano tra 65.000 e 175.000 infermieri. La metà di quelli in servizio ha più di cinquant'anni.

Siamo uno dei Paesi più vecchi d'Europa e la domanda di assistenza sanitaria e domiciliare crescerà per decenni.

L'economia della cura, fatta di infermieri, assistenti sociali, educatori, operatori domiciliari, crescerà più di qualsiasi settore tecnologico in termini assoluti.

Non fa tendenza. Non occupa le prime pagine dei giornali di tecnologia. Ma è la parte più concreta e più urgente del futuro del lavoro italiano.

Prendete un infermiere domiciliare nel 2026: visita il paziente a casa, registra i parametri su un'applicazione che aggiorna la cartella clinica in tempo reale, segnala le anomalie al medico tramite una piattaforma di telemedicina, gestisce da remoto il monitoraggio per i pazienti cronici.

Non è un tecnico informatico. Non è un medico. È una figura che si muove tra la clinica e il digitale, e che la formazione universitaria fatica ancora a preparare.

È già il lavoro del futuro, anche se quasi nessuno lo chiama così.

Il quarto modello

Mentre le professioni tradizionali si trasformano, sta prendendo forma un modello di lavoro diverso da tutti gli altri.

Non il dipendente, non il libero professionista nel senso classico, non l'imprenditore con una struttura. Qualcosa di diverso: chi possiede direttamente la propria competenza, la propria distribuzione, il proprio pubblico.

Dal primo aprile 2025 esiste in Italia un codice ATECO dedicato al creator digitale, il riconoscimento formale di un settore che il fisco non sapeva più dove classificare.

Sono 40.000 le partite IVA registrate, 25.000 le imprese del settore. Il 35% lavora a tempo pieno: la quota più alta d'Europa.

Non è la storia dell'influencer che diventa ricco. È la storia di un confine dissolto tra chi produce un contenuto, chi lo distribuisce e chi costruisce un lavoro su quella capacità.

Un confine che lo Stato, con ritardo ma definitivamente, ha riconosciuto come reale.

Non è un modello per tutti, né per la maggioranza. Ma la direzione che indica riguarda chiunque stia ripensando il rapporto tra ciò che sa fare e il modo in cui lo porta nel mondo.

Il confine tra lavoratore e imprenditore di sé stesso si sta spostando, anche fuori dalla creator economy.

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Il lavoro non sta diventando tutto digitale. Sta diventando tutto ibrido.

Non nel senso dello smart working, che è solo una questione di dove ci si siede a lavorare. Nel senso più preciso: i confini tra competenze tecniche e fisiche, tra lavoro dipendente e autonomo, tra produzione e distribuzione si stanno dissolvendo.

Il tecnico fotovoltaico che legge i dati da remoto. L'infermiere con il tablet per il monitoraggio domiciliare. Il commercialista che fa consulenza ESG. Il giornalista che gestisce una community digitale.

La domanda giusta non è più quale professione scegliere. È quali confini si è disposti ad attraversare.

La Festa dei Lavoratori è nata per difendere chi lavora. La sfida oggi non riguarda solo i diritti: riguarda la rotta che prenderà il lavoro.

*fondatore dritara.tech