Esiste una distanza incolmabile tra la narrazione emotiva costruita attorno a un fatto di cronaca e la nuda realtà dei fatti depositata agli atti di un processo. Se la vicenda di Mario Roggero venisse ridotta a un comodo e parziale riassunto da talk-show – “un negoziante esasperato da continui assalti che, all’ennesima rapina, reagisce e viene condannato da uno Stato patrigno” – l’indignazione dell’opinione pubblica non sarebbe soltanto immediata, ma persino comprensibile. È la reazione naturale di una collettività che si identifica nella vittima e percepisce le istituzioni come distanti o incapaci di garantire la sicurezza.

Tuttavia, i riassunti di comodo hanno il difetto intrinseco di essere intrinsecamente faziosi. Non perché inventino il falso, ma perché occultano la parte decisiva della verità. Nel caso del gioielliere di Grinzane Cavour non servono interpretazioni sociologiche: i fotogrammi delle telecamere di sorveglianza e le sentenze definitive della Cassazione descrivono un’esecuzione sulla pubblica via. Non c’è stata alcuna reazione contestuale al pericolo, ma un inseguimento armato ai danni di criminali ormai in fuga, culminato con colpi sparati alle spalle che hanno ucciso due persone e ferito una terza, mettendo a rischio la vita dei passanti.

Ma se sul piano penale la parola fine è stata scritta con una condanna a 14 anni e 9 mesi, sul piano politico si sta consumando una delle operazioni più torbide e indecenti degli ultimi anni. La martellante campagna della destra di governo per invocare la grazia presidenziale a favore di Roggero non ha nulla a che vedere con la clemenza o con la comprensione del dramma umano. È un’operazione di puro sciacallaggio istituzionale, in cui il dramma di una sparatoria viene cinicamente trasformato in un randello da scagliare contro il Quirinale.

La maggioranza sta utilizzando questo caso per tendere una trappola scientifica a Sergio Mattarella. I requisiti per la concessione della grazia da parte del Capo dello Stato sono rigidissimi e basati su presupposti oggettivi previsti dall’ordinamento: presupposti che in questo caso mancano totalmente. Per accedere a un provvedimento eccezionale di clemenza non basta versare un acconto sul risarcimento civile, né si può invocare l’età avanzata come lasciapassare universale.

Il pilastro fondamentale della grazia è il ravvedimento del condannato, l’ammissione piena della propria colpa e una revisione critica del reato commesso. Roggero, al contrario, ha rivendicato più volte davanti alle telecamere le proprie azioni, dichiarando apertamente che farebbe esattamente lo stesso.

Davanti a questo quadro, il centrodestra sa perfettamente che il Presidente della Repubblica non può – e non deve – firmare quel decreto. Se lo facesse, il Quirinale legittimerebbe il principio della giustizia privata, abdicando al monopolio statale della forza e sdoganando il far west. Ed è proprio su questo rifiuto obbligato che la destra punta a lucrare un dividendo politico devastante.

L’obiettivo è posizionare Sergio Mattarella in una morsa mediatica: costringerlo a negare la grazia per poterlo poi additare al Paese come il burocrate insensibile, l’amico dei delinquenti e il nemico delle “vittime”. Una strategia eversiva che punta a logorare l’istituzione che garantisce la tenuta costituzionale del Paese per compiacere gli istinti più primordiali dell’elettorato.

Siamo di fronte a un paradosso intollerabile: le forze politiche che quotidianamente si riempiono la bocca con gli slogan su “legge e ordine” si fanno promotrici dell’anarchia giuridica.

Chi oggi invoca la grazia per Roggero non sta chiedendo compassione per un uomo anziano. Sta chiedendo l’impunità per un’esecuzione. E l’idea che Sergio Mattarella possa firmare un decreto per premiare chi ha violato il monopolio statale della forza sputando sulle regole più elementari della legittima difesa, appartiene alla fantascienza giuridica. O, molto più semplicemente, alla solita, indecentissima propaganda da retrobottega.