A quasi cinque anni dall’inizio dell’era Occhiuto, una domanda dovrebbe precedere tutte le celebrazioni sulla “nuova Calabria”: l’economia regionale è davvero cambiata oppure sta semplicemente attraversando una fase congiunturale favorevole? Per rispondere non servono slogan, né quelli della maggioranza né quelli dell’opposizione. Basta mettere accanto due fotografie: la Calabria del 2019, prima del Covid, e quella del 2025.

Il risultato è meno spettacolare della narrazione politica.

Nel 2019 il Pil pro capite calabrese era di 17.300 euro ed era il più basso d’Italia. Nel 2024, ultimo dato territoriale Istat consolidato disponibile, è salito a 21.700 euro. Ma la Calabria è ancora ultima in Italia. L’aumento nominale, dunque, non significa convergenza: dentro quei 4.400 euro ci sono sei anni di inflazione e l’aumento generale dei valori monetari che ha interessato l’intero Paese. Ciò che conta è la posizione relativa. E quella non è cambiata. Lo stesso Istat, presentando i conti territoriali 2024, parla esplicitamente di differenze territoriali “sostanzialmente stabili”. Qui sta il primo equivoco del presunto miracolo calabrese. La Banca d’Italia stima per il 2025 una crescita del Pil regionale dell’1,1%, superiore a quella del Mezzogiorno e dell’Italia. È un dato positivo e sarebbe assurdo negarlo. Ma la stessa Banca d’Italia usa una parola molto meno enfatica di quelle della propaganda: l’economia calabrese è cresciuta “moderatamente”. Un conto è crescere per un anno più della media nazionale, altro è avviare un processo di convergenza capace di modificare stabilmente il rapporto tra il reddito prodotto in Calabria e quello prodotto nel resto del Paese.

Il lavoro

Lo stesso vale per il lavoro. Nel 2019 il tasso di occupazione tra 15 e 64 anni era intorno al 42%. Nel 2025 è arrivato al 46,4%. Il miglioramento esiste e nel solo 2025 gli occupati sono cresciuti addirittura del 3,8%, contro lo 0,8% italiano. Ma il dato che dovrebbe campeggiare accanto a questo è un altro: nonostante la crescita, il tasso di occupazione calabrese rimane ben 16 punti percentuali sotto la media nazionale. In altri termini, dopo il Covid, il PNRR, il boom delle costruzioni, gli incentivi e la ripresa post-pandemica, il problema fondamentale resta esattamente quello di prima: in Calabria lavora una quota della popolazione enormemente inferiore rispetto al resto d’Italia.

L’Istat è ancora più netto. Nel 2024 il tasso di occupazione 20-64 anni era del 48,5%, 18,6 punti sotto la media italiana; la mancata partecipazione al lavoro raggiungeva il 30,6%, 17,3 punti più dell’Italia. E per i giovani il quadro diventa drammatico: il 26,2% non lavora e non studia, undici punti sopra la media nazionale. Lo stesso Istat, confrontando questi indicatori con il 2019, conclude che i miglioramenti registrati non sono stati sufficienti a ridurre significativamente i divari. È probabilmente la frase che meglio riassume questi anni: si migliora, ma non si converge. Anche sulle imprese occorrerebbe separare accuratamente quantità e qualità. Le aziende calabresi oggi presentano bilanci mediamente più solidi e una buona redditività. La natalità netta è positiva. Ma la struttura produttiva resta quella di un’economia frammentata in una miriade di piccolissime unità. Il 55% degli addetti lavora ancora in imprese con meno di dieci dipendenti, contro appena il 29% nazionale. La dimensione media dell'impresa calabrese è di 4,9 addetti; quella italiana è di 9,1. Praticamente il doppio. Non è una curiosità statistica: significa minore capacità di investire, innovare, esportare, assumere personale altamente qualificato e inserirsi nelle catene globali del valore.

L’export

C'è poi l'export, forse il dato più favorevole di questi anni. Nel 2019 la Calabria esportava merci per appena 470 milioni di euro; nel 2025 ha superato il miliardo. Più che un raddoppio, dunque, e sarebbe intellettualmente scorretto non considerarlo un progresso importante. Ma anche qui la percentuale di crescita rischia di ingannare perché il punto di partenza era bassissimo. Nel 2025 le esportazioni valgono appena il 2,5% del Pil calabrese. In Italia valgono il 29%, nel Mezzogiorno il 13%. Il divario resta enorme. E circa il 45% dell'export regionale continua a concentrarsi nell'agricoltura e nell'industria alimentare. Abbiamo più export, insomma, ma non ancora una vera economia export-led.

L’innovazione

Ancora più eloquente è l'innovazione. Tra il 2019 e il 2024 l'intensità brevettuale calabrese è stata tra le più basse d'Italia: rapportata alla popolazione, dieci volte inferiore alla media nazionale. Nel 2025 circa due imprese industriali su tre del campione Banca d'Italia non hanno effettuato alcun investimento in tecnologie avanzate; poco più di una su dieci vi ha destinato almeno il 20% degli investimenti. Dietro la retorica della Calabria digitale, quindi, il nucleo produttivo regionale continua a mostrare la stessa debolezza tecnologica che ne limita da decenni la produttività.

Pioggia di risorse

C'è poi un altro elemento che rende pericoloso trasformare la buona congiuntura in un'autocertificazione di successo politico: la straordinaria quantità di risorse pubbliche immessa nell'economia. Il PNRR ha assegnato alla Calabria 5,7 miliardi di euro; nel 2025 la spesa per investimenti degli enti territoriali è cresciuta del 31,3%, arrivando a 1,2 miliardi. La stessa Banca d'Italia attribuisce parte del dinamismo delle costruzioni all'avanzamento delle opere pubbliche e del PNRR. Tutto positivo, naturalmente. Ma il PNRR è per definizione temporaneo.

Il vero test comincerà quando l'impulso straordinario della spesa pubblica diminuirà. E persino sulla capacità di utilizzare le risorse europee il quadro invita alla prudenza: alla fine del 2025 il programma regionale FESR-FSE+ 2021-2027 presentava impegni pari al 16,5% della dotazione di 3,1 miliardi, contro il 23,3% delle altre regioni meno sviluppate.

Non proprio l'immagine di una macchina amministrativa ormai trasformata in locomotiva dello sviluppo.

I redditi calabresi

Infine, ci sono i redditi. Nel 2023 la retribuzione media annua dei lavoratori dipendenti calabresi era di 15.350 euro, oltre 8.000 euro meno della media italiana. Rispetto al 2019 è aumentata del 9,9%, più del 7,7% nazionale. Ancora una volta: miglioramento sì, convergenza no. È l'Istat stesso a concludere che, nonostante i progressi, i divari economici non si sono ridotti significativamente. Il giudizio sui cinque anni di governo Occhiuto, allora, può essere molto più semplice di quanto suggeriscano le campagne di comunicazione. La Calabria del 2025 non è la Calabria immobile del passato: ci sono più occupati, più esportazioni, più passeggeri negli aeroporti, più investimenti pubblici, un Gioia Tauro da record e alcune dinamiche imprenditoriali positive. Sarebbe sbagliato negarlo. Ma sarebbe ancora più sbagliato chiamare tutto questo “miracolo”.

Un miracolo economico non si misura dal numero di passeggeri di un aeroporto o dal +1,1% di Pil di un singolo anno. Si misura dalla capacità di cambiare i fondamentali: produttività, dimensione delle imprese, occupazione, salari, innovazione, capitale umano, apertura internazionale e soprattutto distanza dal resto del Paese. Ed è proprio qui che il bilancio diventa impietoso.

Nel 2019 la Calabria era ultima per Pil pro capite. Nel 2024 è ancora ultima. Aveva un enorme deficit occupazionale e lo conserva. Aveva imprese troppo piccole e continua ad averle. Aveva una capacità innovativa marginale e resta agli ultimi posti. Aveva salari molto più bassi della media italiana e il divario rimane enorme. La Calabria è ripartita. Ma ripartire non significa aver cambiato modello di sviluppo. Finché crescerà un po' di più dell'Italia senza avvicinarsi realmente all'Italia, avremo una buona congiuntura, non una trasformazione strutturale. E certamente non un nuovo miracolo.