7 ottobre 2023, Hamas stermina 1400 ebrei israeliani e prende in ostaggio altre 239 persone. L’inizio della fine. Israele, all’alba del nuovo giorno, risponde con una violenza inaudita. È l’inizio della fine.

Il conflitto ha origini storiche secolari che sicuramente non possono essere qua racchiuse, ma alcuni punti fermi devono essere messi anche per capire perché oggi, dopo tre anni, la pace sembra lontana: Israele è una repubblica parlamentare fondata nel 1948 grazie alla Risoluzione Onu 181 alla fine del Mandato britannico in Palestina. Una repubblica formata da ebrei tornati nella terra dei loro avi dopo 18 secoli di Diaspora. A fine 2022 gli abitanti di Israele erano 9.656.000 di cui poco più di 7 milioni era ebreo. Per offrire un paragone italiano, Israele ha le dimensioni della Puglia con la popolazione della Lombardia.

I palestinesi, invece, sono un popolo arabo. Un popolo che si considerava “arabo tra gli arabi” senza necessità di una propria bandiera e che poneva le sue radici geografiche in una regione mediorientale limitata a Nord da Libano e Siria ed a Sud dall’Egitto. Dopo la fuga in tutto il mondo degli ebrei, specie a causa delle politiche genocide naziste, nacque nei palestinesi un sentimento nazionalista ed identitario. Era diventato necessario avere una propria bandiera. Oggi, in tutto il mondo, i palestinesi sono più di 14 milioni, più di due vivono in Israele ed invece 2,5 di palestinesi vivono oggi nella striscia di Gaza, sotto controllo di Hamas.

Ma perché Israele è nato mentre la Palestina no?

Non si può dare una sola risposta poiché secoli di storia non possono avere una sola ragione, si può però affermare che le condizioni di partenza date ai due popoli (Israele e Palestina) ad uno stavano bene mentre all’altro non andavano giù.

Il territorio: la Risoluzione 181 avanza una divisione del territorio chiara. Il 56% del territorio spetta al popolo ebraico mentre il 44% al popolo arabo-palestinese. Non era iniquo, di quel 56% quasi il 20% era il deserto del Negev, zona non edificabile e poco ricca. Inoltre, la Risoluzione teneva conto del fattore demografico: nella zona data ad Israele gli ebrei erano più di 500mila mentre gli arabi 400mila. Nella zona palestinese, invece, gli arabi erano 500mila mentre gli ebrei meno di 10mila. In tutto ciò, come prevedeva la Risoluzione, Gerusalemme diventata una zona internazionale sotto l’Egida dell’Onu.

Gli arabi non ci stanno, non vogliono gli ebrei, ma mentre gli arabi combattevano ed iniziavano guerre (perché tranne una, tutte le guerre sono iniziate per mano palestinese) con uno scarso armamento militare (pietre, da qui il nome dell’Intifada) Israele rispondeva con carri armati di ultima generazione e tecnologie avanzatissime. La Lega Araba – Egitto, Siria, Libano, Transgiordania, Iraq ed Arabia Saudita – attaccano da ogni punto cardinale Israele. Costretto a combattere da solo, in barba ad una Risoluzione Onu, Israele resiste grazie anche all’arrivo di ebrei volontari da tutto il mondo. Non vince e basta, si espande. Com’è normale che sia, in una guerra, chi vince espande il suo dominio chi perde lo vede andar via. Israele s’ingigantì di oltre un terzo.

Tante sono state le altre guerre, ma non si può qui ripercorrere la loro cronistoria, basti però pensare che ogni guerra iniziata dalla Lega Araba ha visto una vittoria schiacciante di Israele; in Giordania, in Egitto ed in Libano con l’operazione Pace in Galilea.

Nonostante la supremazia militare ed i territori conquistati, per capire il conflitto, si deve brevemente parlare di un periodo storico, quello tra l’11 ed il 25 luglio del 2000. Il “nuovo” premier israeliano Barak incontra il leader palestinese Yasser Arafat a Camp David, sotto gli occhi del presidente USA Bill Clinton. Israele avanza la proposta più vantaggiosa per gli arabi dal 1967: uno stato arabo nel 73% della Cisgiordania ed il 100% della striscia di Gaza. Arafat (leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina), inspiegabilmente, rifiuta.

Da quel momento, Israele e Palestina saranno sempre più lontani: nel 2006 i palestinesi di Gaza (dove la popolazione palestinese era aumentata a dismisura), Cisgiordania e Gerusalemme Est votano dopo dieci anni, il risultato è ancora una volta sorprendente; vince Hamas, un’organizzazione terroristica che ha ottenuto il potere perpetrando odio e violenza contro il vicino Israele.

Nel 2009 Israele va ad elezioni anticipate, il governo Olmert si dimette e grazie ad un accordo con la destra israeliana torna in scena un uomo politico che già nel secolo passato si era fatto conoscere: Benjamin Netanyahu. Considerarlo “nemico della pace” non è poi così sbagliato. Interrompe tutti i negoziati di pace con la Palestina di Abu Mazen e riprende la colonizzazione della Cisgiordania. Dimentica ogni tipo di accordo di pace, tra cui il più importante ovvero quello di Oslo, e colpisce Gaza, ormai quasi totalmente araba. Colpisce Gaza per colpire Hamas e nel 2013, appena rieletto premier, con l’operazione Margine di Protezione uccide 2300 palestinesi.

Gaza - Oggi

Alle 6:30 del 7 ottobre 2023 Hamas sferra l’operazione Alluvione Al-Aqsa, 2.500 terroristi palestinesi sfondano il confine con Israele, invadono il territorio appena confinante e colpiscono i kibbutz al confine con Gaza ed un rave party. È un pogrom, è la strage di civili più grave che la storia israeliana ricordi, 1400 morti, 239 ostaggi. Ma la risposta di Netanyahu non si fa attendere. Proclamando lo stato di guerra – che non veniva proclamato dal 1973, dalla guerra dello Yom Kippur – e iniziando l’operazione Spade di Ferro, Israele inizia la sua vendetta. Missili, raid aerei, incursioni via cielo, mare e terra. Tutto contro la popolazione palestinese e non contro i capi di Hamas che ben si guardavano dal vivere in quei territori. Nei primi 45 giorni più di 11mila palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano. 4.500 erano bambini. Oltre 27mila feriti, oltre un milione di sfollati poiché il 50% delle case era andato distrutto dai vari bombardamenti.

L’ultimo attacco sferrato da Israele contro Hamas è di appena due giorni fa, 5 ottobre 2026, otto morti di cui tre donne (una madre), vittime del raid di Beit Lahiya, città nella striscia di Gaza oggi distrutta.

È difficile e doloroso apprendere ogni giorno di quanto sia salito il numero dei morti di questa guerra; i dati pubblicati su OXFAM Italia parlano di più di 67.000 morti di cui 18.400 bambini, 167.000 feriti ed oltre 60 milioni di tonnellate di macerie. Per offrire un paragone, il crollo delle Torri Gemelle dell’11 settembre lasciò circa 2 milioni di tonnellate di macerie. Ecco, trenta volte tanto a Gaza.

La popolazione è costretta a mangiare piante selvatiche, a bere acqua sporca e contaminata e, oltre il 70% delle infrastrutture idriche sono state distrutte lasciando la popolazione priva dell’accesso a fonti di acqua pulita. Aumentano del 30% i casi di epatite A, malattie gastrointestinali e respiratorie con temperature che aumentano e strade invase di liquami e rifiuti.

Genocidio o cosa?

Ognuno vuol dire la sua credendo di avere la verità in tasca, talvolta argomentandola talvolta no. Tacere, comunque, non è tra le opzioni. Se è vero che le parole sono importanti, la semantica lo è ancora di più: secondo la Treccani esso rappresenta una «sistematica distruzione di una popolazione, una stirpe, un’etnia o una comunità religiosa». Per l’ONU il termine genocidio ha un significato molto simile; è l’insieme di «atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». Presi questi due concetti possiamo arrivare ad una conclusione. Israele è il peggior Stato genocida della Storia. Con il peggiore, però, s’intende il più fallimentare, non il più spietato o il più distruttivo.

Va da sé che per poter parlare di genocidio non possano mancare due elementi. Uno intenzionale ed uno materiale. Il primo si può tradurre con la volontà di distruggere un paese, il secondo con la concreta messa in atto della distruzione. Nessuno dei due elementi però, è lontanamente vicino a ciò che oggi nella Striscia sta accadendo.

I dati, che nella geopolitica rimangono la Bibbia, smentiscono l’ipotesi genocidaria.

Secondo il ministero della salute di Gaza – che ricordo ai lettori essere presieduto da Hamas – il numero totale dei morti si aggira sui 70.000. Un numero altissimo e che fa indignare tutti, ma attenzione. Questo numero deve essere paragonato con la popolazione complessiva della Striscia di Gaza che si aggira sui 2 milioni. Ha perso la vita – dal 7 ottobre 2023 ad oggi - il 3% della popolazione della Striscia. Per offrire – ancora una volta – un ulteriore paragone, basti pensare a ciò che la Germania nazista fece con gli ebrei. Nel 1933 vivevano in Europa 9,5 milioni di ebrei. Nel 1950 appena 3,5. Il periodo storico conosciuto come “Shoah” ha cancellato due terzi della popolazione ebrea, il 65%.

Se ciò non bastasse: sempre il ministero della Salute di Gaza, quindi sempre Hamas (sic!), informa il mondo sul numero delle nascite giornaliere. 130. Un dato meraviglioso, che però cozza con il genocidio che qualcuno vede. 130 bambini al giorno, dal 2023 ad oggi, significa che a Gaza in due anni il numero delle nascite è pari a 95.000. Siamo sicuri che quella palestinese sia una popolazione che si sta estinguendo?

In conclusione, o ciò che sta accadendo a Gaza non è un genocidio, ma una catastrofe umanitaria - forse la peggiore pagina del 21secolo sin ora - per la quale qualcuno dovrà pagare, o quello di Israele è il governo genocidario peggiore della storia. Un fatto però, al di là della concezione di genocidio, è inconfutabile: Benjamin Netanyahu è ricercato per crimini di guerra e per crimini contro l’umanità. Dall’11 ottobre 2024, cioè da quando Israele ha perpetrato una politica concertata per distruggere sinanche il sistema sanitario di Gaza come si legge dal rapporto della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite. La Corte penale internazionale nel novembre del 2024 – il mese dopo il rapporto delle Nazioni Unite – ha emesso mandati d’arresto per Netanyahu, per il ministro della difesa Gallant e per il capo delle forze armate Deif.

Il caso del Sudafrica

Ci aveva provato, in seno la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) , anche il Sudafrica (29 dicembre 2023) a far riconoscere il genocidio perpetrato da Israele intentando una causa contro la repubblica mediorientale per “violazione della Convenzione sul genocidio”. Più nello specifico, lo stato sudafricano ha accusato Israele di cinque diversi atti di genocidio: l’uccisione di massa di palestinesi, l’inflizione di gravi danni mentali e fisici, l’espulsione e il displacement forzato, l’attacco al sistema sanitario di Gaza e l’applicazione di misure intese a prevenire nascite all’interno del gruppo. Tanta roba verrebbe da dire, però ancora tutto tace, o meglio: nel gennaio 2024 la CIG stabilì che i diritti invocati dal Sudafrica erano sufficienti per giustificare misure provvisorie contro Israele (come ordinargli di interrompere l’invasione ed i bombardamenti) ma, contestualmente, si espresse contro la definizione di genocidio come atto perpetrato da Israele.

Futuro politico

Il futuro politico è incerto mentre la data delle prossime elezioni è più che certa. Si va alle urne il 27 ottobre. Ma come funziona la politica interna israeliana?

Per governare la repubblica parlamentare israeliana servono 61 seggi sui 120 disponibili. Naturalmente, così come nel nostro paese, è molto difficile che un singolo partito raggiunga tale soglia in solitario, ecco perché il partito con più voti ottiene la possibilità di formare un governo di coalizione, il problema diventa proprio trovare gli altri partiti. Il presidente uscente, Benjamin Netanyahu, si fermerebbe al secondo posto tra i sondaggi, con un massimo di 20 seggi riservati al suo partito, il Likud, mentre Gadi Eisenkot a guida del partito Yashar! disporrebbe di 22 seggi. Questi i due partiti principali e le due figure che tendenzialmente lotteranno per la guida del paese. Il vero problema sono le coalizioni. I venti di guerra e le decisioni estere non sono piaciute a nessuno, di fatti, sia Netanyahu che Eisenkot si fermerebbero a 51 seggi con l’aiuto di altri partiti che afferiscono alla loro area politica (il primo si rivolge alla destra mentre il secondo al centro ed ai moderati). Il vero ago della bilancia saranno i partiti arabi che peseranno nella nuova knesset circa 13 seggi, quanto basta per formare un governo. è più che logico che i partiti arabi non appoggeranno l’uscente ma non è scontato che vogliano dar fiducia ad un nuovo presidente (ex generale dell’esercito israeliano) che dopo quel 7 ottobre divenne ministro senza portafogli salvo poi dimettersi dall’incarico ministeriale – ed anche da quello parlamentare – perché secondo lui Israele aveva bisogno di un «profondo processo di democraticizzazione» e che eliminare Hamas sia «impossibile in quanto organizzazione transnazionale».

Ma quale pace?

Per qualcuno la pace è la sospensione della guerra, per altri è un progetto politico voluto dall’uomo che è stanco di fare la guerra, per Kant invece non è soltanto l’assenza di guerra ma è una condizione giuridica e politica stabile nella quale la guerra non sia più considerata uno strumento della politica (Per la pace perpetua, 1795).

Quella politica a cui il filosofo tedesco faceva riferimento oggi ha fallito, perché fin quando un bambino non potrà bere dell’acqua o mangiare del cibo non contaminato (si badi, non si parla di altri diritti fondamentali come lo studio volutamente, sarebbe un sogno, se non c’è acqua come si può pretendere una scuola?) non si potrà parlare né politica né di ordine, ma di caos ed anarchia.