Messa in sicurezza sismica, fondi Pnrr e stop alla fuga dei cervelli: la ricetta per la svolta sbatte contro la gestione del consenso
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Guardare alla Calabria significa fare i conti con una narrazione complessa, divisa tra emergenze storiche e un potenziale inespresso. Eppure, la risposta alla domanda se esista una concreta speranza per il territorio risiede in una scelta precisa: trasformare le più gravi vulnerabilità della regione nei suoi principali motori di riscatto economico e sociale. Il nodo centrale per il futuro della Calabria è la gestione del suo altissimo rischio sismico e di un patrimonio edilizio in larga parte vetusto e desueto.
La storia del territorio parla chiaro: i devastanti terremoti del 1638, del 1783, del 1905 e del 1908 dimostrano che le grandi faglie interne e la struttura dello Stretto di Messina tornano inevitabilmente a riattivarsi dopo periodi di silenzio che variano da pochi decenni a qualche secolo. Di fronte a questa realtà, la politica non può più nascondere la testa sotto la sabbia. Occorre partorire in tempi brevi una legge regionale sulla prevenzione sismica che si ponga come modello virtuoso e pionieristico a livello nazionale. La vera svolta passa dal pieno utilizzo dei fondi del PNRR — finora gravemente sottoutilizzati — per avviare un piano straordinario di messa in sicurezza di edifici pubblici e privati. Questa misura non rappresenta solo un dovere etico a tutela dell'incolumità dei cittadini, ma una leva economica senza precedenti. L'apertura capillare di cantieri per l'adeguamento strutturale e antisismico genererebbe un'immediata spinta all'economia reale.
La richiesta di competenze per la progettazione e l'esecuzione delle opere creerebbe lavoro stabile per ingegneri, architetti, geologi e maestranze specializzate. La Calabria, inoltre, potrebbe trasformarsi da fanalino di coda a regione guida nell'assorbimento e nella spesa efficiente dei fondi europei. La messa in sicurezza del territorio si intreccia direttamente con la tenuta del capitale umano. L'Università della Calabria (UniCal) e gli atenei di Reggio Calabria e Catanzaro producono eccellenze scientifiche riconosciute a livello internazionale, specialmente nell'Intelligenza Artificiale e nell'ingegneria. Tuttavia, queste professionalità continuano a emigrare. Per arginare la fuga di cervelli serve un quadro normativo coraggioso che garantisca: Stipendi dignitosi e adeguati agli standard europei per i giovani professionisti; Percorsi di carriera trasparenti e fondati sul merito, sia nel settore pubblico sia nel privato; Burocrazia snella e digitalizzata, per eliminare i freni amministrativi e la giungla burocratica che soffocano l'innovazione; Ambienti di lavoro moderni, stimolanti e strutturati attraverso nuovi reclutamenti di personale qualificato.
A completare il quadro delle risorse strategiche vi è la centralità del porto di Gioia Tauro, snodo logistico primario per i traffici merci nel Mediterraneo, insieme alla leadership regionale nella produzione di energia da fonti rinnovabili. Sul piano dell'economia tradizionale, la valorizzazione dell'agroalimentare di qualità (DOP e IGP) e la destagionalizzazione del turismo verso i parchi nazionali di Sila, Pollino e Aspromonte mostrano una tenuta incoraggiante sebbene vadano sostenute con misure adeguate. La speranza per la Calabria, pertanto, non è un'astrazione: è la capacità di attuare una visione lungimirante in cui la tutela della vita umana attraverso l'adeguamento sismico diventi la più grande opera pubblica di rilancio economico e occupazionale della sua storia recente. Il dubbio, tuttavia, sorge spontaneo: di fronte a simili misure strutturali, la classe politica teme davvero di perdere il controllo sull'elettorato con il venir meno dello stato di bisogno e della precarietà diffusa? La storia delle dinamiche di potere locali insegna che la capacità di sopravvivenza di certi sistemi è tale da escogitare continuamente nuovi metodi per mantenere il proprio primato sulla popolazione, alimentando la reale sfida culturale e democratica del territorio.


