Il Tirreno non restituisce mai per cortesia. Quando decide di svuotare le tasche, lo fa con la violenza di un usuraio che sbatte il debito sul tavolo della cucina. A Tropea, sotto la rupe che i turisti fotografano per i cataloghi patinati del "vivere lento", l’acqua ha il colore del fango e del ferro. Tra le creste bianche di una mareggiata che non concede tregua dal giorno di San Valentino, è spuntato un corpo. Sagome scure, sfigurate dal sale e dal tempo, che galleggiano nell’impossibilità di un recupero. La Guardia Costiera osserva dal molo, impotente. Le motovedette restano ormeggiate mentre il vento urla che il mare è troppo cattivo anche per i morti.

Sono quattro in dieci giorni. Una contabilità dell’orrore che risale la costa calabrese come un brivido freddo. Paola, Amantea, Scalea, ora Tropea. Non è un’onda anomala, è un’epifania di ciò che abbiamo finto di non vedere per mesi. A Paola, sul lungomare sud, i resti di un uomo sono stati depositati sulla sabbia con la precisione chirurgica di una marea che sa dove colpire. La Scientifica cammina tra i detriti, tra tronchi portati dai fiumi esondati e plastiche sbiadite, cercando di dare un senso a ciò che senso non ha più. Quello che resta è solo carne anonima, un puzzle anatomico che le Procure tentano di ricomporre in uffici dove l'odore del caffè si mescola a quello del disinfettante.

C’è qualcosa di osceno nel modo in cui la Calabria scopre questi corpi. Non arrivano con le urla di un naufragio in diretta tv. Arrivano nel silenzio del dopo, quando i riflettori sono spenti e le coste sono deserte. È la vendetta del "Mediterraneo fantasma". Barche di legno marcio o gommoni sgonfi che partono dalla Libia o dalla Tunisia, svaniscono dai radar e riemergono pezzo dopo pezzo, mese dopo mese. Il Tirreno sta facendo il lavoro sporco di un archivista meticoloso. Le correnti profonde, smosse dal Ciclone di San Valentino, hanno pescato nel fondo, dove i pesci e la pressione avevano nascosto il fallimento delle nostre politiche di sorveglianza.

Per capire perché questo macabro inventario stia avvenendo proprio qui, bisogna guardare sotto il pelo dell'acqua. Il basso Tirreno non è una piscina, è un imbuto termico e dinamico. La corrente di superficie, alimentata dai venti di Ponente e Libeccio, spinge tutto ciò che galleggia verso la costa calabra, ma è il gioco delle correnti profonde a fare la differenza. Esiste una circolazione ciclonica, un immenso vortice antiorario che lambisce le Eolie e risale verso nord. Quando una tempesta di questa portata colpisce il litorale, si innesca il fenomeno dell'upwelling, ovvero le acque profonde, più fredde e dense, vengono spinte verso l'alto e verso la riva. È questo "ascensore" idrodinamico che sta sollevando dai fondali i segreti dei mesi scorsi, trasformando le spiagge di Scalea e Tropea in terminali involontari di rotte mai tracciate.

Mentre il fiume Crati rompe gli argini nella Piana di Sibari e costringe centinaia di persone a fuggire dalle case allagate, il mare compie l’operazione inversa, invade la terra per restituire gli intrusi. A Scalea e Amantea lo scenario era identico. Cadaveri spogliati di ogni documento, di ogni ricordo, di ogni dignità. È una macabra lotteria del DNA. Si prelevano campioni, si inviano ai laboratori di medicina legale di Germaneto, si spera in un incrocio che forse non avverrà mai. Questi morti sono i figli di nessuno, abitanti di una terra di mezzo che non ha confini se non quelli tracciati dalle rotte dei trafficanti.

C'è un’ironia feroce in tutto questo. Spendiamo milioni in tecnologie satellitari per blindare le frontiere, eppure è una mareggiata a dirci quanti ne abbiamo persi. La costa calabrese, mangiata dall’erosione, sta arretrando. Il mare avanza, si prende i binari a Paola, divora l’asfalto a Fuscaldo, e intanto scarica il suo carico di colpe. È un corpo a corpo fisico, materico. Non c'è nulla di astratto in un cadavere che rotola nel bagnasciuga tra una bottiglia di detersivo e un tronco di pino. È antropologia del disastro. Osserviamo questi resti con lo sguardo di chi guarda un reperto archeologico, dimenticando che fino a pochi mesi fa quei resti avevano un nome e un desiderio di futuro che si è schiantato contro un’onda troppo alta.

Le Procure parlano di "accertamenti in corso". Una formula burocratica che serve a coprire l'impotenza. Cosa vuoi accertare quando il mare ti consegna solo una parte di un torace o un femore levigato? La verità è che siamo di fronte a una necropoli errante. Il Tirreno non è più solo un mare, è un setaccio che seleziona il dolore e lo deposita dove fa più male, sotto gli occhi di una regione che sta già annegando nel fango delle sue esondazioni. La Calabria di questi giorni è un paesaggio livido, dove l’emergenza idrogeologica e quella umanitaria si sono fuse in un unico, plumbeo orizzonte.

Chi sono questi quattro? Forse facevano parte di un unico viaggio finito male. Forse sono i superstiti mancati di naufragi diversi, uniti solo dal destino di una corrente che ha deciso di virare a est tra i canyon sottomarini della Calabria citra. Le autorità hanno atteso che il vento cali per recuperare i due corpi di Tropea. Ma il mare non sembra aver finito di parlare. Le onde continuano a martellare la scogliera con una regolarità che mette i brividi. Ogni flutto che si infrange potrebbe nascondere il sesto, il settimo, il decimo nome di una lista che non abbiamo mai iniziato a scrivere.

Non è un caso di cronaca nera. È un’autopsia collettiva del nostro tempo. Mentre le ruspe cercano di liberare le strade dal fango, i medici legali cercano di ridare un volto a chi è stato cancellato dal sale. Ma la risposta non è nei laboratori. È lì, in quel rumore bianco della tempesta che non smette di restituire ciò che noi abbiamo provato a dimenticare. Il Tirreno ha smesso di essere complice. Ha deciso di diventare testimone, e non è un testimone che accetta il silenzi.


 

*Documentarista Unical