Un post su Truth Social compare alle tre del mattino, un lampo elettrico nel buio digitale, e Donald Trump ricondivide un’immagine che lo ritrae con Gesù. Non è solo blasfemia da marketing o il delirio di un uomo che confonde il Campidoglio con il Golgota. È la saldatura definitiva tra il culto della personalità e la messianicità pop. Mentre il mondo osserva con il fiato sospeso i movimenti delle sue navi nello Stretto di Hormuz – un «capolavoro di leadership» secondo la prosa barocca della sua Casa Bianca, un azzardo da fine del mondo per il resto del pianeta – Trump non sta parlando di geopolitica. Sta parlando di incarnazione.

Il corpo di Trump è diventato il medium unico della politica americana. Un corpo che non invecchia secondo le leggi della biologia, ma secondo quelle della saturazione televisiva. Lo abbiamo visto in queste ore scagliarsi contro Giorgia Meloni, rea di un’insufficiente devozione sulla questione iraniana. Non è un attrito diplomatico: è un esorcismo. Chi non lo segue nel deserto del neo-isolazionismo energetico è «negativo», un termine che nel suo vocabolario non indica un errore politico, ma una macchia ontologica, una mancanza di luce. Trump non amministra, egli irradia. E se l’Italia riceve petrolio da quelle acque agitate, il Presidente lo ricorda con la freddezza di un padrone di casa che conta le posate prima di cacciare l’ospite ingrato.

La massmediologia classica è morta sotto i colpi di questa estetica del blocco navale e del tweet mistico. Non c’è più distinzione tra il Comandante in Capo e l’influencer della fine dei tempi. La sua strategia per il 2026 è un’architettura di specchi: attacca il Papa, attacca i vertici militari, attacca le multinazionali colpevoli di eccessivo zelo progressista, e intanto firma ordini esecutivi che ridisegnano il concetto stesso di cittadinanza. È l’uomo-frontiera che si fa muro, l’individuo che si espande fino a coincidere con lo Stato. Quando i suoi uffici stampa parlano di «Dominio Energetico», non descrivono un piano industriale, ma un atto di forza muscolare, una proiezione di potenza che deve sommergere ogni dubbio sull’egemonia americana.

Osservate il ritmo delle sue giornate: una scarica di adrenalina permanente. Non esiste pausa, non esiste il silenzio della riflessione. C’è solo il fragore. Il 79% degli italiani lo boccia nei sondaggi, terrorizzato dai prezzi che schizzano e dai tamburi di guerra, ma a lui non importa della statistica straniera. Lui abita il mito. Per Trump, la realtà è una plastilina che si modella con la ripetizione ossessiva di una menzogna fino a farla diventare una verità respirabile. È il trionfo della post-verità carnale. Mentre la Corte Suprema arranca dietro i suoi decreti che vorrebbero riscrivere il Quattordicesimo Emendamento, lui è già altrove, proiettato verso una teocrazia del profitto, dove il petrolio è l’olio santo e il consenso è un’estasi collettiva.

L’errore dei suoi oppositori resta lo stesso: analizzarlo con le categorie della politologia del Novecento. Trump non è un politico: è un evento atmosferico, una perturbazione antropologica che ha capito come trasformare il risentimento in una religione civile. Se lo si osserva bene, nei suoi comizi in Georgia o nelle sue minacce via satellite, non si vede un programma, ma un riflesso. Il riflesso di un’umanità che ha rinunciato alla complessità per abbracciare il calore brutale di un uomo-feticcio. Non è più una questione di destra o di sinistra. È una questione di pelle, di stomaco, di terrore primordiale della scarsità, curato con la promessa di un’abbondanza infinita e violenta.

Mentre le navi solcano le acque del Medio Oriente e i tribunali si riempiono di memorie difensive che nessuno leggerà mai davvero, resta l’immagine di quel post notturno. Il Presidente e il Nazareno, spalla a spalla nel feed di uno smartphone. In quell’accostamento grottesco c’è tutta la nostra epoca: il sacro che diventa gadget, la potenza nucleare che cerca una legittimazione ultraterrena per giustificare un aumento del prezzo del gas. Trump è lo specchio deformante dell’Occidente, in cui ci si guarda e, per la prima volta, non si ha paura di ciò che si vede, ma se ne resta ipnotizzati. Resta da capire se, una volta spenti i riflettori di questa messinscena globale, rimarrà ancora qualcosa della realtà o se saremo tutti soltanto comparse sfocate nel documentario della sua apoteosi.

C’era un video su YouTube, fino a qualche tempo fa, ora rimosso: «Trump e la strategia dei social media», in cui si analizzava come la sua comunicazione visiva e digitale fosse in grado di bypassare i media tradizionali per creare un legame diretto e quasi mistico con la sua base elettorale. Un vuoto che resta significativo, perché racconta quanto anche la memoria digitale possa essere fragile quanto il consenso che tenta di spiegare.

*Documentarista Unical