Il sisma del 1908 resta una ferita nella memoria, mentre oggi si sommano anche rischi idrogeologici e climatici. Occorre accendere i riflettori sulla pianificazione degli interventi necessari a proteggere Calabria e Sicilia: è questa la priorità
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Sul Ponte sullo Stretto si può essere favorevoli o contrari. Ma c’è una necessità sulla quale le diverse posizioni dovrebbero convergere: mettere in sicurezza le popolazioni della Calabria meridionale e della Sicilia nordorientale, esposte a rischi naturali elevati che non possono continuare a essere affrontati soltanto dopo le emergenze.
Nel recente articolo pubblicato da LaC News24, «Se la memoria non basta, serve la ricerca: conoscere lo Stretto per proteggerlo», abbiamo evidenziato come gli approfondimenti richiesti nell’ambito del progetto del Ponte possano diventare un investimento permanente nella conoscenza dello Stretto e del Mediterraneo centrale. Quel ragionamento richiede ora un passaggio ulteriore: la conoscenza sarà davvero utile soltanto se verrà tradotta in prevenzione, pianificazione e interventi concreti per ridurre la vulnerabilità degli edifici, delle infrastrutture e del territorio.
Un territorio esposto a rischi molteplici
Lo Stretto costituisce uno dei settori geodinamicamente più complessi e sismicamente rilevanti del Mediterraneo. Calabria meridionale e Sicilia nordorientale sono state ripetutamente colpite da terremoti distruttivi, frane, fenomeni di liquefazione e maremoti. Il terremoto del 28 dicembre 1908 resta la testimonianza più drammatica delle conseguenze che un forte evento sismico può produrre in un territorio densamente abitato e vulnerabile.
Alla pericolosità sismica si sovrappongono il dissesto idrogeologico, l’instabilità dei versanti, la fragilità delle fiumare, l’erosione costiera e le condizioni di un patrimonio edilizio e infrastrutturale spesso inadeguato.
Il cambiamento climatico non determina i terremoti, ma aggrava altre componenti della fragilità territoriale e rende più complessa la gestione delle emergenze.
Piogge più intense e concentrate, alternanza tra lunghi periodi siccitosi e precipitazioni violente, incendi, perdita della copertura vegetale, erosione dei suoli, innalzamento del livello marino e mareggiate possono aumentare l’instabilità dei versanti, accelerare l’erosione costiera e compromettere strade, reti e collegamenti strategici. Dobbiamo quindi considerare congiuntamente i rischi sismici, idrogeologici e climatici, valutando anche i possibili effetti a catena. Un terremoto può mobilitare versanti già instabili e danneggiare infrastrutture vulnerabili; un’alluvione o una frana può interrompere le vie di fuga, isolare intere comunità e ostacolare l’arrivo dei soccorsi.
La sicurezza delle popolazioni dipende dalla capacità di conoscere e prevenire questi scenari prima che si trasformino in disastri.
Dalla conoscenza alla sicurezza
Il punto non è riproporre il confronto tra favorevoli e contrari al Ponte, ma utilizzare tutte le conoscenze disponibili per costruire un programma organico di messa in sicurezza delle due sponde.
I dati geologici, geofisici, sismologici, geotecnici e ambientali acquisiti o aggiornati nell’ambito del progetto non dovrebbero restare frammentati o confinati negli archivi dell’opera. Dovrebbero essere validati, organizzati secondo criteri omogenei e messi a disposizione — compatibilmente con le esigenze di sicurezza e di tutela del progetto — delle università, degli enti di ricerca, delle Regioni, dei Comuni e della Protezione civile. Una banca dati integrata dello Stretto e dell’Arco Calabro-Peloritano potrebbe sostenere la pianificazione territoriale, la microzonazione sismica, la manutenzione dei versanti e delle fiumare, la difesa delle coste, l’aggiornamento dei piani di emergenza e la verifica delle infrastrutture strategiche. La conoscenza, però, non può diventare un alibi per rinviare le decisioni. Molti elementi di rischio sono già noti e consentono di stabilire le priorità sulle quali intervenire.
Un programma condiviso di messa in sicurezza
La prevenzione non coincide con la sola capacità di soccorrere dopo un disastro. Comincia molto prima: dalla manutenzione del territorio, dalla riduzione della vulnerabilità del patrimonio edilizio, dall’adeguamento delle infrastrutture, dall’organizzazione delle amministrazioni locali e dalla preparazione dei cittadini.
Occorre pertanto un programma coordinato che preveda:
la verifica e la progressiva messa in sicurezza di scuole, ospedali, caserme, municipi e degli altri edifici strategici;
la valutazione della vulnerabilità del patrimonio edilizio pubblico e privato, con priorità per i centri storici e le aree maggiormente esposte;
l’aggiornamento della microzonazione sismica e degli strumenti urbanistici;
la manutenzione dei versanti, delle fiumare, delle reti di drenaggio e delle opere di difesa costiera;
l’adeguamento di strade, ferrovie, ponti, porti e reti tecnologiche agli scenari sismici, idrogeologici e climatici;
il rafforzamento delle reti di monitoraggio e dei sistemi di allertamento;
l’aggiornamento dei piani comunali di emergenza, con particolare attenzione alle vie di fuga, alle strutture sanitarie e alla continuità dei servizi essenziali;
il coordinamento stabile tra istituzioni, università, enti di ricerca, professionisti e Protezione civile;
un’informazione continua e comprensibile che renda i cittadini consapevoli dei rischi e dei comportamenti da adottare.
Questi interventi non possono essere programmati separatamente. Prevenzione sismica, difesa del suolo e adattamento climatico devono confluire in una strategia unitaria, fondata sulle specificità dei territori e sulle possibili interazioni tra i diversi rischi.
Una necessità indipendente dal destino del Ponte
La messa in sicurezza delle comunità dello Stretto non può dipendere dalla realizzazione o meno dell’opera. Il Ponte può offrire l’occasione per aggiornare conoscenze e indagini, ma la protezione delle popolazioni costituisce un obbligo pubblico autonomo e non rinviabile. Favorevoli e contrari dovrebbero quindi chiedere insieme che gli investimenti nella conoscenza siano accompagnati da risorse certe, priorità definite e tempi verificabili per gli interventi di prevenzione. Il confronto politico sull’opera non può oscurare la condizione reale delle due sponde: territori densamente abitati, attraversati da infrastrutture essenziali ed esposti contemporaneamente a terremoti, frane, alluvioni, erosione costiera e conseguenze sempre più evidenti del cambiamento climatico.
Un richiamo che viene dal 2016
Questo tema non nasce oggi. Già nell’articolo pubblicato nel 2016 da LaC News24, «Terremoti: gli incubi notturni del Capo della Protezione Civile e i sonni tranquilli delle classi dirigenti», sottolineavamo che l’elevata pericolosità sismica della Calabria, il dissesto idrogeologico e la vulnerabilità del patrimonio edilizio concorrevano a determinare un rischio inaccettabile. Richiamavamo allora la necessità di verificare gli edifici strategici, finanziare i piani comunali di emergenza, rafforzare il monitoraggio, adeguare la pianificazione urbanistica e dotare la Regione di strutture tecniche adeguate.
Dieci anni dopo disponiamo di maggiori conoscenze e di strumenti più avanzati, ma la questione decisiva resta immutata: trasformare ciò che sappiamo in decisioni e interventi. Non possiamo prevedere il momento del prossimo forte terremoto, ma possiamo ridurne le conseguenze. Non possiamo evitare gli eventi meteorologici estremi, ma possiamo impedire che trovino ogni volta territori impreparati e infrastrutture vulnerabili. La memoria del 1908 resta indispensabile, ma da sola non protegge. La conoscenza riduce le incertezze, la pianificazione traduce i dati in scelte e la prevenzione trasforma le scelte in sicurezza.
È sulla necessità di proteggere le popolazioni esposte ai rischi sismici, idrogeologici e climatici che favorevoli e contrari al Ponte possono e devono ritrovarsi.
*Geologo



