Non le fiamme, ma il loro riflesso sugli smartphone: è lì che si annida l’immagine più disturbante del video di Ferdinand Du Beaudiez. Una festa che continua a cantare mentre il pericolo diventa irreversibile, scambiando il fuoco per spettacolo e la catastrofe per contenuto
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C’è un istante preciso nel video di Ferdinand Du Beaudiez che gela il sangue più del fuoco stesso. Non è il momento in cui divampano le fiamme, ma il riflesso di quelle fiamme negli schermi di decine di smartphone sollevati verso l’alto.
Mentre il soffitto de Le Constellation iniziava a trasformarsi in un inferno di brace e gas, la folla non fuggiva: inquadrava. Cantava. Sorrideva a un obiettivo. È questo il contrasto agghiacciante che oggi ci tormenta: quella distonia profonda tra la percezione di un gioco e la realtà di una catastrofe imminente. Il video ci mostra una generazione che ha imparato a vivere il mondo mediato da uno schermo, convinta — forse inconsciamente — che se qualcosa è filmabile, allora non è letale.
Quei ragazzi, nel pieno del vigore dei loro vent’anni, guardavano il fuoco come fosse un effetto speciale, un fuori programma eccitante da condividere nelle storie di Instagram. Non c’era cattiveria nella loro inerzia, solo una tragica normalizzazione del pericolo.
Le candele pirotecniche sulle bottiglie di champagne, nate per celebrare il successo e la gioia, sono diventate i detonatori di un dramma. In quegli ultimi sorrisi ripresi dal cellulare di Ferdinand vediamo l’innocenza che ignora la fisica. Nessuno di loro sapeva che il calore stava accumulando gas invisibili contro il soffitto, preparando il terreno per il flashover.
Il concetto tecnico di flashover è asettico: un’accensione improvvisa e generalizzata. Ma l’umanità del racconto di Ferdinand ci dice altro. Ci dice che in un secondo l’aria che respiri smette di darti la vita e diventa un proiettile di fuoco.
La critica non va mossa ai ragazzi, vittime di un momento di collettiva cecità psicologica, ma a una cultura della sicurezza che troppo spesso abdica di fronte allo spettacolo. Quel locale nel cuore di Crans-Montana è diventato una trappola perché la bellezza e l’esclusività del momento hanno oscurato la vulnerabilità della materia: il legno, i pannelli fonoisolanti, lo spazio chiuso.
Ferdinand oggi piange un fratello in coma e porta con sé il peso di chi ha dovuto scegliere chi trascinare fuori dal fumo. Il suo video non è solo una prova giudiziaria: è un monito. Ci interroga su quanto siamo diventati incapaci di leggere il pericolo reale quando siamo immersi nel piacere virtuale.
Quei giovani non erano imprudenti per scelta, erano «disarmati» dalla loro stessa gioia. Mentre le fiamme correvano, loro cantavano ancora. È quel canto che non riusciamo a toglierci dalla testa: l’ultima nota di una festa che non doveva finire così. «Abbiamo guardato il fuoco pensando fosse luce, finché non ha smesso di illuminare e ha iniziato a bruciare».
*Documentarista



