In Calabria non manca spazio per accogliere. Eppure l’accoglienza non funziona. È questa la contraddizione più evidente che emerge dal report “La frontiera, ovunque. Centri d’Italia 2026” redatto da ActionAid in collaborazione con Openpolis, che analizza il sistema italiano di gestione dei richiedenti asilo. Un documento che, letto dalla prospettiva calabrese, restituisce l’immagine di una regione centrale nella filiera nazionale ma attraversata da squilibri profondi.

I numeri, da soli, non segnalano emergenze. Nel 2024 la Calabria conta 8.037 posti complessivi nel sistema di accoglienza, con un tasso di occupazione del 77,9%. Ma è guardando dentro questi numeri che il quadro cambia radicalmente.

Centri pieni e centri vuoti

La prima anomalia riguarda la distribuzione interna. I Centri di accoglienza straordinaria (Cas) risultano quasi saturi, mentre una parte significativa della prima accoglienza – in particolare hotspot e Cpa – resta sottoutilizzata. In altre parole: alcune strutture sono sotto pressione, altre rimangono vuote.

Uno squilibrio, questo, che rivela un sistema che non riesce a mettere in rete le sue diverse componenti. La conseguenza è una filiera inceppata, dove le persone non vengono collocate dove dovrebbero, ma dove capita. Dove magari c’è posto disponibile in quel momento o dove il sistema riesce a inserirle più rapidamente.

Il report lo dice chiaramente: il problema non è la quantità di posti, ma la capacità di trasformarli in presa in carico effettiva e tempestiva.

Una frontiera che non finisce al mare

La Calabria non è solo territorio d’arrivo. È diventata una frontiera interna, articolata in più passaggi: sbarco e identificazione, prima accoglienza e screening, trasferimento nei centri straordinari o nel sistema Sai. Una sequenza che, messa così nero su bianco, potrebbe sembrare lineare, ma nella realtà è frammentata.

Il risultato è un sistema che trattiene invece di accompagnare. Le persone restano più a lungo nei centri straordinari, mentre il passaggio verso percorsi più strutturati – come il Sai – avviene con lentezza o non avviene affatto.

Secondo il report, questo è l’effetto di una trasformazione più ampia: l’accoglienza viene progressivamente ridefinita come strumento di filtro, selezione e gestione amministrativa, più che come percorso di integrazione.

Il paradosso dei posti disponibili

Tra i dati chiave messi in luce da ActionAid, uno riguarda la composizione del sistema regionale: 44,7% dei posti nel Sai, 37,9% nei Cas, 17,4% nella prima accoglienza. Una distribuzione che, teoricamente, dovrebbe garantire equilibrio. Ma nella pratica produce l’effetto opposto.

Il report insiste su un punto: la disponibilità di posti non coincide con la loro utilizzabilità. Mancano tempi certi, coordinamento tra prefetture, continuità nei trasferimenti. E così accade che posti disponibili non vengano attivati o che i trasferimenti avvengano in ritardo o ancora che ci siano persone che restano in strutture non adeguate al loro profilo. Una situazione, questa, particolarmente critica per le persone vulnerabili e per i minori stranieri non accompagnati, per i quali il sistema dovrebbe invece garantire percorsi dedicati e tempestivi.

Un sistema instabile

Ma il problema non è solo in Calabria. La punta dello Stivale riflette, in forma amplificata, un problema nazionale: l’instabilità strutturale del sistema di accoglienza.

«La quantità di decreti e norme introdotte dal Governo Meloni in quattro anni – dichiara Fabrizio Coresi, esperto Migrazioni ActionAid – ha trasformato l’accoglienza da tutela delle persone straniere in un mero dispositivo di filtro e contenimento. Il futuro è già qui: l’applicazione del Patto europeo su Asilo e migrazione, infatti, è già iniziata, e i dati lo mostrano inequivocabilmente. Tra il 2021 e il 2024 la capienza della prima accoglienza sale da 3.460 a 6.357 posti (+83,7%), e gli hotspot passano da 611 a 3.054 posti e da 3 a 11 strutture. Cresce il segmento che concentra identificazione, screening e smistamento. La frontiera si sposta dentro i confini nazionali dove le procedure su ammissibilità, priorità e trasferimenti si fanno più rapide, rendendo più instabile il passaggio da prima assistenza ad accoglienza effettiva. L’opacità è parte dell’approccio del governo, che rende meno visibili le conseguenze delle scelte amministrative sulla vita delle persone, e sottrae queste scelte al controllo parlamentare e della società civile».

Il report parla di un sistema che «si ricompone continuamente», con aperture e chiusure frequenti di strutture, cambi di gestione e difficoltà di programmazione. In questo contesto, anche dove i numeri sembrano sotto controllo, la gestione resta fragile. E la conseguenza è un’accoglienza che funziona per adattamenti successivi più che per pianificazione.

Dalla gestione all’attesa

C’è un ultimo elemento che emerge con forza: il tempo. Sempre più spesso, l’accoglienza si traduce in attesa. Attesa di essere trasferiti, di accedere a un percorso stabile, di vedere riconosciuta la propria condizione. Nel frattempo, le strutture diventano spazi di permanenza prolungata, anche quando erano pensate per essere temporanee.

In questo scenario, la Calabria non è un’eccezione. È piuttosto un osservatorio privilegiato di ciò che sta accadendo a livello nazionale: una trasformazione silenziosa del sistema di accoglienza, in cui la frontiera non è più solo un luogo, ma un meccanismo che attraversa tutto il territorio. E che, sempre più spesso, finisce per trattenere invece che accogliere.