«C'è un rigurgito di razzismo, specialmente contro alcune comunità come quella magrebina, che non possiamo ignorare». Pino Fabiano, direttore della Caritas diocesana di Cosenza-Bisignano e dell'ufficio Migrantes dell'arcidiocesi, non usa mezzi termini nel commentare la morte di Momo, il ventitreenne di origini tunisine precipitato dal balcone di casa sua a Cosenza. Attorno alla vicenda si è acceso un dibattito polarizzato, fatto di odio riversato sui social e di chi arriva a invocare la remigrazione, come se ogni delinquente avesse la pelle nera e ogni italiano fosse per definizione una brava persona. «Evidentemente c'è una difficoltà di sistema: una persona così fragile non si riesce a recuperarla dopo una grave depressione», dice Pino Fabiano, spostando il discorso dalle responsabilità individuali a quelle collettive.

Una corsa a ostacoli, prima normativa e poi culturale

Il direttore della Caritas e di Migrantes non vuole soffermarsi sulle valutazioni giudiziarie, su cui dovrà pronunciarsi la magistratura. La partecipazione di Caritas e Migrantes al corteo, del resto, nasce dalla volontà di manifestare solidarietà a una madre che ha perso un figlio. Il suo sguardo va altrove: al contesto in cui maturano storie come quella di Momo: «Ci sono ragazzi che fanno la richiesta di cittadinanza dopo dieci anni e poi devono aspettare altri tre anni per avere un diritto – spiega –. Il loro è sicuramente un percorso ad ostacoli di carattere legislativo, però forse ora sta diventando anche un fatto culturale».

Fabiano segnala inoltre un vuoto nei servizi dopo il carcere: «Invece di passare dal carcere di Castrovillari a casa, senza cure strutturate, poteva esserci una struttura che lo accompagnasse nel percorso riabilitativo psichiatrico». E lega il tema alle piaghe di tutta la Calabria: «Siamo una terra che si spopola, una terra che invecchia, una terra che non fa figli», spiegando che le nuove presenze dovrebbero servire a invertire la rotta.

Il razzismo imperante e il coraggio di ammetterlo

Pino Fabiano non nasconde la parte più scomoda del ragionamento: la differenza di sguardo tra le comunità straniere presenti sul territorio. Ricorda le storie di integrazione riuscita, dai rumeni ai filippini fino alla comunità senegalese, sostenute anche dalle diverse associazioni che si occupano di interazione interculturale e accoglienza presenti sul territorio.

Poi mette a confronto l'accoglienza riservata a decine di famiglie ucraine, ospitate nelle case dei cosentini nelle prime fasi della guerra, con il clima riservato ad altre presenze: «Contro i magrebini, più che altro contro l'Africa e la sua gente, in questo momento c'è un ritorno di razzismo: la parola va detta chiara», pur ribadendo che «non tutti i cosentini sono razzisti, sarebbe ingiusto dirlo». Sui social, il clima è ancora più duro: «Di social sotto i nostri comunicati ho trovato di tutto», un far west verbale che segnala, per lui, un problema di coscienza e di educazione, prima ancora che di norme.

L'appello: «Inutile alzare muri, il futuro ha un’identità meticcia»

La violenza verbale appena citata fa il paio con il concetto di remigrazione (purtroppo) in auge – un'idea, secondo Fabiano, che è «contro lo spirito della nostra Costituzione e, per chi ha fede, contro il Vangelo». Da qui l'appello a istituzioni, scuola, terzo settore e cittadini, perché nessun giovane si senta escluso: «Bisogna recuperare il senso di umanità, il senso dell'ospitalità come calabresi e il senso della misura rispetto alla realtà dei fatti», dice, ricordando che la Calabria è già una terra multiculturale che si regge anche sulle presenze straniere. Poi la chiusura, richiamando le proiezioni demografiche sulla regione nei prossimi vent'anni: «L'identità futura è un'identità meticcia, o ne prendiamo atto o rischiamo di non avere futuro».