Il “Poverello” indica nella comunione e nella corresponsabilità una strada per rinnovare le relazioni: «Scoprire che l’altro è mio fratello genera un rinnovamento sociale»
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Da ottocento anni l’esperienza umana e spirituale di Francesco d’Assisi è consegnata all’umanità come una provocazione profetica che risuona nel cuore dell’uomo e lo sprona ad avviare un nuovo corso storico. Si tratta di riconoscere la vocazione alla fraternità cosmica che si traduce in uno stile di vita pacificato e riconciliato. Davanti agli sconvolgimenti sociali ed alle trasformazioni culturali in atto, nel cuore dell’uomo risuona il desiderio di un bene più grande di quello che ci viene offerto dagli algoritmi, dai risultati empirici e dalla forza della violenza. San Francesco ci indica una strada diversa, ci sollecita a scegliere la comunione, a metterci insieme per realizzare un mondo piú bello e a prenderci cura della nostra casa comune.
Lo stile della fraternità è un impegno a riconoscere nella carne del fratello e della sorella un altro me da amare, a riconoscere nelle sue ferite le mie piaghe più nascoste ed a confrontarmi con i suoi sogni per poter realizzare pienamente anche i miei. Non si tratta di utopia comunitaria ma di abbandonare le nostre posizioni di comodo e andare incontro agli altri in maniera “disarmata e disarmante” per cogliere tutto il bene possibile che fiorisce nelle relazioni.
Il poverello d’Assisi, che bacia il lebbroso, che abita i tuguri e che piange perché l’Amore non è amato, ci insegna che in ogni volto ed in ogni storia è tracciato un nuovo orizzonte verso cui incamminarsi. Concretamente l’esperienza della fraternità, di cui la vita del Poverello trasuda, rimanda alla paternità di Dio che conferisce alla mia dignità umana la consapevolezza originale che, in Cristo, ogni uomo è un figlio amato in maniera unica e irripetibile.
Ecco il fondamento dell’originalità della vita. Francesco ci insegna che la comune filiazione divina è la radice del nostro impegno per la giustizia, per la pace e per il bene comune. L’altro non potrà mai essere semplicemente un nemico da cui difendermi, un estraneo da cui tenermi distante o uno che vuole attentare alla mia tranquillità. L’altro è sempre un fratello che mi sollecita a cercare una felicità più grande e, di conseguenza, ad impegnarmi a vivere la fraternità.
Si tratta di superare la visione riduttiva dell’invidia e della competizione; ad imparare a custodire le persone che mi stanno accanto come un dono di cui prendermi cura; ad essere docile vivendo il servizio fraterno con umiltà. Scoprire che l’altro è mio fratello genera un rinnovamento sociale capace di realizzare una nuova cultura fondata sull’incontro, sullo sguardo fraterno e sulla condivisione.
Questo nuovo modo di vivere le relazioni richiede il superamento del proprio egoismo e della smania di autosufficienza; Francesco, al contrario, ci testimonia che la vita buona richiede corresponsabilità ed interdipendenza. Da uomo pienamente riconciliato, Santo patrono d’Italia, chiede la capacità di diventare fratelli e sorelle di ogni creatura.
*Presbitero dell’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace

