Crescita, lavoro stabile, energia più economica, welfare rafforzato. La Spagna sceglie e cambia. Noi discutiamo, ci dividiamo e arretriamo. Il confronto non è ideologico, è nei numeri. Non c’è nulla di più destabilizzante, per un Paese che ha smesso di interrogarsi, che vedere un altro Paese fare ciò che lui considera impossibile. La Spagna non è la nostra rivale. Non è il nostro antagonista. È la dimostrazione vivente che le scelte contano. Ed è proprio questo che inquieta. Noi italiani abbiamo sviluppato una straordinaria capacità di adattamento al declino. Lo commentiamo, lo ironizziamo, lo trasformiamo in dibattito televisivo, lo metabolizziamo. Ma non lo correggiamo. Mentre in Italia la politica si consuma in una narrazione permanente dell’assedio, tra invasioni evocate, continui attacchi alla magistratura, transizioni temute e vincoli europei accusati, Madrid ha scelto una strada meno rumorosa e infinitamente più radicale: amministrare il cambiamento. Cinquecentomila migranti irregolari regolarizzati. Non un gesto simbolico, ma una scelta sistemica. Sottrarre mezzo milione di persone all’economia sommersa significa trasformare un’ombra in contribuenti, lavoratori, famiglie inserite nel circuito legale. Nel 2013 la disoccupazione spagnola superava il 26%. Oggi è scesa sotto il 12%. Non è retorica progressista, è riforma del mercato del lavoro.

La riforma del 2021 ha ridotto drasticamente i contratti temporanei, rafforzando quelli a tempo indeterminato. Persino i lavori stagionali sono stati ricondotti a una forma stabile che mantiene il lavoratore dentro l’impresa. Noi discutiamo di flessibilità. Loro hanno discusso di stabilità. Noi abbiamo fatto del precariato una condizione generazionale. Loro lo hanno ridotto a una fase. E poi il salario minimo. In Italia resta oggetto di scontro ideologico. In Spagna è realtà concreta, progressivamente aumentata fino a superare i mille euro mensili. Non è una bandiera, è una soglia di dignità. Poi c’è l’energia. Madrid ha utilizzato i fondi europei per accelerare la transizione verso le rinnovabili. Oggi quasi metà dell’elettricità spagnola proviene da fonti pulite. Il risultato non è solo ambientale, è economico. Il prezzo dell’energia all’ingrosso in Spagna è stato stabilmente inferiore a quello italiano, in alcuni momenti quasi la metà. Meno dipendenza dall’estero significa meno vulnerabilità e più competitività industriale. C’è poi un altro terreno su cui Madrid ha scelto di esercitare una forma di sovranità politica che in Europa sta diventando sempre più rara: la politica estera. Nelle ultime settimane, mentre la tensione tra Stati Uniti, Israele e Iran riaccendeva il Medio Oriente, il governo spagnolo ha preso una posizione netta.

Pedro Sánchez ha condannato apertamente i raid militari contro Teheran, definendoli pericolosi e ingiustificati in assenza di un mandato delle Nazioni Unite. Non è stata soltanto una dichiarazione diplomatica. Madrid ha rifiutato di autorizzare l’utilizzo delle basi militari di Rota e Morón per operazioni offensive e ha rafforzato l’embargo sulle forniture militari verso Israele, arrivando persino alla cancellazione di contratti già previsti. È una scelta che ha provocato una reazione immediata di Washington, fino alla minaccia di interrompere alcuni rapporti commerciali con la Spagna. Ma proprio qui sta la lezione politica: la capacità di sostenere una linea autonoma anche quando comporta costi. Noi abbiamo ricevuto più fondi europei. Loro li hanno trasformati in infrastrutture strategiche. Noi troppo spesso li abbiamo dispersi in lentezze, ritardi, micro progetti scollegati da una visione complessiva. E ancora il fisco. Mentre in Italia la flat tax è diventata un simbolo identitario, Madrid ha accentuato la progressività, introducendo una tassa sui grandi patrimoni e rafforzando il finanziamento dello Stato sociale. Si può dissentire da queste scelte. Ma non si può negare che esista una direzione. Nel 2023 la crescita spagnola è stata del 2,9%, quella italiana 0,4%. La Germania è quasi ferma, 0,2%. Non è un miracolo iberico, è una traiettoria coerente. In Europa la Spagna non è più soltanto un Paese che recupera terreno. È diventata uno dei motori della nuova fase economica del continente. Durante la crisi energetica ha sostenuto il cosiddetto “modello iberico” per il contenimento del prezzo del gas, costringendo Bruxelles a riconsiderare il funzionamento del mercato elettrico europeo. Nella gestione dei fondi del Next Generation EU è stata tra le amministrazioni più rapide nel trasformare le risorse in investimenti reali. Non è solo questione di efficienza amministrativa. È visione politica. Madrid ha capito che la partita europea si gioca sulla capacità di trasformare i vincoli in strumenti di sviluppo. L’Europa non è stata utilizzata come alibi, ma come leva. La Spagna non è la nostra nemesi perché è perfetta. È la nostra nemesi perché dimostra che le alternative esistono. Il punto più scomodo non è che abbiamo scelto una strada diversa. Il punto è che abbiamo smesso di scegliere davvero. Ci siamo abituati all’idea che il declino sia fisiologico, che l’energia costi di più perché siamo fatti così, che la precarietà sia inevitabile, che l’invecchiamento industriale sia un destino. Abbiamo trasformato l’assenza di visione in prudenza. L’immobilismo in stabilità. La paura in identità. Ed è qui che il confronto con l’Italia diventa più doloroso. Perché l’Italia non è un Paese marginale. È la terza economia dell’Eurozona, una potenza manifatturiera, una delle grandi democrazie occidentali. Eppure negli ultimi anni ha smarrito una qualità che per decenni l’aveva resa centrale: la capacità di pensarsi nel futuro. Dove Madrid discute di salario minimo e transizione energetica, Roma continua a dividersi su emergenze permanenti. Dove la Spagna usa i fondi europei per ridefinire il proprio modello produttivo, noi spesso li trasformiamo in una lunga trattativa burocratica tra ministeri, regioni e amministrazioni. E mentre ci raccontiamo che difendiamo il Paese, smettiamo lentamente di progettarlo. La sensazione è quella di un’automobile lanciata in autostrada convinta che siano gli altri a procedere contromano. Più i dati divergono, più aumentano gli slogan. Ma gli slogan non abbassano il prezzo dell’energia, non stabilizzano i contratti, non alzano i salari. Le riforme sì. Specchiarsi nella Spagna non significa copiarla. Significa riconoscere che la politica può ancora essere uno strumento di trasformazione e non soltanto di narrazione. La vera domanda non è se Madrid stia correndo troppo. La vera domanda è se noi abbiamo ancora il coraggio di decidere dove vogliamo andare. Perché un Paese non entra in crisi quando sbaglia strada. Entra in crisi quando smette di accorgersi che sta guidando senza bussola. E la bussola, oggi, non è un’ideologia. Sono i fatti.