Non è stata la tempesta. Sono stati gli esseri umani a decidere che quelle persone non meritavano soccorso. Ma il mare ricorda. Anche quando lo Stato preferisce dimenticare
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Sei corpi. Forse novecento e novantaquattro ancora sotto.
Laura Marmorale di Mediterranea Saving Humans ha fatto i conti che nessun governo ha voluto fare. Almeno mille persone potrebbero essere andate disperse durante il ciclone Harry. Mille. Non è un numero astratto. È una classe di scuola elementare moltiplicata per quaranta. È un intero paese svuotato in una notte. Sono famiglie, sono voci, sono linguaggi, sono ricette di cucina e canzoni e modi di ridere che esistevano il 30 gennaio e il 5 febbraio non esistevano più.
Otto imbarcazioni sono state tracciate alla partenza dai sistemi Inmarsat. Otto. E poi scomparse. Nessuna operazione di soccorso confermata. Nessun Mayday registrato. Nessuna risposta dai centri di coordinamento di Roma e Malta. Come se quelle imbarcazioni, con tutto quello che contenevano, si fossero dissolte nell’aria.
L’aria invece le ha dissolte nell’acqua. E l’acqua le ha portate a fondo.
C’era anche un bambino su quei barchini. Probabilmente più d’uno.
Lo so perché i bambini ci sono sempre, su quei barchini. Perché le famiglie non si dividono, o almeno ci provano. Perché una madre non lascia suo figlio indietro in una casa di detenzione libica mentre lei attraversa il mare. Lo porta con sé, lo tiene stretto, gli dice che andrà tutto bene anche quando sa che potrebbe non andare bene per niente. Lo tiene stretto finché le onde non glielo strappano di mano.
Quanti bambini erano su quelle otto imbarcazioni? Non lo sapremo mai. Non li cercheremo. Non ne parleremo. Nei prossimi giorni sui giornali italiani si discuterà di altro, e i sei corpi di Scalea e Amantea e Paola e Tropea e Marsala diventeranno una nota a margine, una breve di cronaca, un numero nel rapporto annuale dell’OIM sulle morti nel Mediterraneo.
Un numero. Come se fossero sempre stati un numero.
Qualcuno ha deciso che dovesse andare così.
Non è stata la tempesta. La tempesta è innocente, nel senso più letterale del termine: non ha intenzioni, non ha responsabilità, non ha firmato nessuna direttiva europea. La tempesta ha solo fatto quello che le tempeste fanno.
Sono stati gli esseri umani a decidere che quelle mille persone non meritavano soccorso. Sono stati gli esseri umani a sequestrare la Humanity 1 nel porto di Trapani per sessanta giorni, togliendo dal mare una nave che avrebbe potuto essere lì. Sono stati gli esseri umani a costruire un sistema di accordi con la Libia e la Tunisia per bloccare le partenze non salvando le vite, ma impedendo che le vite arrivassero a fare notizia. Sono stati gli esseri umani a misurare il successo delle politiche migratorie sul numero degli sbarchi, sapendo benissimo che quando gli sbarchi calano non è perché le persone sono rimaste a casa, è perché le persone sono rimaste in mare.
Il ministro Piantedosi rivendica i dati. I dati che rivendica contano solo i vivi. I morti non sbarcano, non vengono processati, non intasano i centri di accoglienza, non fanno aumentare le statistiche. I morti sono il segreto perfetto del sistema.
Se non li recupera il mare.
Io non voglio sapere quanti erano. Voglio sapere chi erano.
Voglio sapere il nome della donna che sapeva fare il pane. Voglio sapere da dove veniva l’uomo con il giubbotto di salvataggio, cosa si era lasciato alle spalle, cosa sognava di trovare. Voglio sapere come si chiamavano quei due che galleggiavano a un miglio di distanza l’uno dall’altro al largo di Pantelleria, e se erano fratelli, amici, compagni di viaggio incontrati in un campo in Libia due settimane prima.
Voglio sapere i nomi dei bambini.
Non li sapremo. Le autopsie daranno qualche dato biologico, l’età approssimativa, il sesso, forse l’area geografica di provenienza da qualche analisi degli isotopi. I campioni di DNA resteranno nei frigoriferi dei laboratori forensi in attesa di un confronto con un database che non esiste o che nessuno ha voglia di costruire davvero. I fascicoli resteranno aperti per anni e poi verranno archiviati per “ignoti” con la stessa procedura burocratica riservata a qualsiasi altro caso irrisolvibile.
Nomi ignoti. Come se non averne mai avuto uno fosse la condizione naturale di certe persone.
È questo che non riesco ad accettare.
Non la morte, che è parte di ogni vita. Non il mare, che è parte di ogni traversata. Non nemmeno la tempesta, che non chiede permesso a nessuno.
È l’indifferenza sistematica, organizzata, istituzionalizzata. È il modo in cui questo paese, questa Europa, questa civiltà che si definisce tale ha costruito un meccanismo perfetto per non vedere. Per guardare le statistiche degli sbarchi invece delle facce. Per parlare di “flussi migratori” invece di madri con i figli in braccio. Per aprire fascicoli invece di aprire gli occhi.
Mille persone sono andate giù nel Mediterraneo durante il ciclone Harry. Il governo italiano tace. Il governo maltese tace. I centri di coordinamento del soccorso marittimo non hanno mosso quello che avrebbero dovuto muovere. E noi, collettivamente, stiamo già passando oltre.
Non passate oltre.
Ricordatevi che c’era una donna che sapeva fare il pane. Che c’era un uomo con un giubbotto da due euro che cercava di non affogare. Che c’erano due persone che galleggiavano a un miglio di distanza una dall’altra al largo di Pantelleria, e forse si chiamavano.
Ricordatevi i nomi che non sapremo mai.
Mentre il mare continuava a restituire corpi, il Tribunale civile di Palermo ha condannato lo Stato italiano a risarcire la Ong Sea Watch per oltre 76.000 euro. Il motivo: il fermo della nave Sea Watch 3, nel 2019, era illegittimo. Era la nave di Carola Rackete, quella che forzò il blocco navale di Lampedusa per far sbarcare quarantadue persone.
Il risarcimento riguarda le spese sostenute nei mesi in cui la nave era bloccata in porto mentre in mare la gente moriva.
La portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi, ha dichiarato: «Mentre sulle coste italiane riaffiorano i cadaveri delle vittime invisibili delle ultime settimane, il governo individua ancora nelle Ong il nemico da abbattere».
Nello stesso giorno della sentenza, il bilancio dei corpi ritrovati tra Calabria e Sicilia è salito ad almeno quindici. Ho aggiornato la mappa interattiva con tutti i nuovi ritrovamenti.
Il mare ricorda. Anche quando lo Stato preferisce dimenticare.
*Scrittore
I ritrovamenti di febbraio 2026 — Aggiornamento in tempo reale
Tirreno calabrese e Canale di Sicilia — Ciclone Harry — Strage tra il 15 e il 22 gennaio (Mediterranea Saving Humans)

