La serata dedicata alle cover, con trenta esibizioni e ospiti inattesi come Gianni Morandi, non ha invertito il trend degli ascolti: sebbene appassionante, la puntata ha ottenuto numeri inferiori allo scorso anno
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Maurizio D’Avanzo
La quarta serata del Festival di Sanremo 2026, quella delle cover, è stata una maratona emotiva e fisica: trenta esibizioni una dietro l’altra, una playlist collettiva che ha oscillato tra colpi di genio e momenti da “chiudiamo tutto e andiamo a dormire”.
Tutto imprevedibile, tranne gli ascolti. Continua un Sanremo sotto tono dal punto di vista numerico: la quarta puntata è stata vista da 10,8 milioni di spettatori con il 65,6% di share, circa 3 milioni in meno rispetto al 2025 (13,6 milioni contro il 70,8%). È comunque un dato in crescita dall'inizio della kermesse.
A vincere, contro ogni pronostico della vigilia, è stata la coppia Ditonellapiaga–Tony Pitony con una travolgente rilettura di “The Lady Is a Tramp”. Il brano, standard del 1937 firmato da Rodgers & Hart, è tornato alla ribalta nel 2011 grazie al duetto tra Lady Gaga e Tony Bennett, inserito nell’album “Duets II”. Proprio quell’interpretazione swing, elegante e ironica aveva riacceso i riflettori sul pezzo. Sul palco dell’Ariston, però, la versione sanremese è stata tutt’altro che calligrafica: ritmo, teatralità, una messa in scena quasi cinematografica. Lei con una parrucca rosa, lui vestito da scappato di casa. Una cover che non chiedeva permesso, ma si prendeva lo spazio.
Secondo posto per Sayf con Alex Britti e Mario Biondi: raffinati, tecnici, forse meno incendiari, ma solidissimi. Terza Arisa con il Coro del Teatro Regio di Parma, scelta classica, impianto potente, applausi convinti. Quarto posto per Bambole di Pezza con Cristina D’Avena, operazione rock-nostalgia che ha funzionato meglio del previsto.
E poi il momento che ha ribaltato l’Ariston: Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & Band e uno special guest arrivato in gran segreto, Gianni Morandi. Hanno cantato “Vita”, brano che Morandi aveva portato al successo con Lucio Dalla nel 1988. Quando Gianni è entrato in scena, in sala stampa è esploso un boato: lì si è capito che sarebbero finiti altissimi in classifica, nonostante i risultati fossero il frutto di tre giurie congiunte. Alla fine è arrivato un quinto posto, un ottimo esito.
Morandi, sui social, ha scritto: «Stasera su quel palco ho provato un’emozione diversa da tutte le altre. L’ho calcato tante volte, ma farlo accanto a mio figlio Pietro è stato qualcosa che mi porterò dentro per sempre. Quando mi ha chiesto di essere lì con lui a Sanremo ero incredulo. Lui, così indipendente, così determinato a costruire la sua strada da solo, mi ha davvero spiazzato. Mi ha detto che sarebbe stato uno dei momenti più belli della sua vita e che voleva viverlo con me, per poterselo ricordare per sempre. Grazie Pietro per questo pezzo di vita insieme». Una dedica commovente, che ha acceso i social (e probabilmente, fatto schizzare il televoto).
Un post tenero, che però ha acceso una polemica inattesa. L’attore Alessandro Gassmann, padre di Leo Gassmann in gara, ha commentato su Instagram ricordando come a lui, al contrario di Morandi, sia stato impedito di partecipare al Festival per presentare la serie “Guerrieri” dal 9 marzo in onda su Rai1, in quanto genitore di un concorrente. Regole senza senso, ha scritto in sostanza, lamentando disparità di trattamento. E qui il punto non è il romanticismo familiare, ma la coerenza regolamentare: se la norma esiste, vale per tutti. Se non vale, allora va riscritta.
Dietro ai primi cinque, sesto Sal Da Vinci con Michele Zarrillo, settimo LDA e AKA7Even con Tullio De Piscopo, sul palco dell'Ariston anche per festeggiare i suoi 80 anni. Ottavo Nayt con Joan Thiele, nono Dargen D’Amico con Pupo e Fabrizio Bosso, decimo Luchè con Gianluca Grignani.
La serata si è aperta con Laura Pausini, che ha scelto di omaggiare colleghi italiani: “Ritornerò ad amare” di Biagio Antonacci, “Immensamente” di Umberto Tozzi, e “Io canto”. Tutti aspettano ancora un medley dei suoi successi: finora ha preferito celebrare gli altri. Strategia elegante, ma il pubblico freme.
Non tutto, va detto, è stato memorabile. La performance di Elettra Lamborghini con le sorelle Muñoz, le cosiddette Las Ketchup con la loro celebre "Aserejé", ha lasciato più perplessi che entusiasti. Così come alcune riletture ibride rock-pop: idee confuse, resa incerta. La presenza del comico Alessandro Siani, invece, totalmente irrilevante. Incomparabile a quella di Lillo Petrolo e Ubaldo Pantani delle serate precedenti. Probabilmente, una pezza aggiunta in corsa.
Molto interessante invece lo spazio con Vincenzo Schettini, professore di fisica e content creator, recentemente finito al centro di un acceso confronto in un'intervista con Gianluca Gazzoli sul tema della cultura gratuita o a pagamento. All’Ariston ha portato un monologo semplice ma incisivo sull’importanza del dialogo tra genitori e figli, in un’epoca di dipendenze e solitudini digitali. Un momento di pausa e riflessione in mezzo al frastuono.
La sensazione complessiva? Una serata massacrante per ritmo e durata, ma viva. La classifica ha premiato l’audacia e l’effetto sorpresa. E, tra swing internazionale, padri emozionati e polemiche sui regolamenti, questa notte delle cover ha dimostrato ancora una volta che Sanremo non è mai solo musica: è teatro, famiglia, politica interna, ego, nostalgia e futuro. Tutto insieme. E rigorosamente fino alle due di notte.

