«Con la mano sul petto / Io te lo prometto / Davanti a Dio / Saremo io e te / Accussì / Sarrà pe’ sempe sì»
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Sanremo, 76° Festival della Canzone Italiana - quinta serata finale Nella foto Sal Da Vinci
Non è solo una dichiarazione d’amore. È una formula. Un giuramento. Una promessa solenne che si colloca nel solco più rassicurante e tradizionale dell’immaginario sentimentale italiano: la mano sul petto, Dio come testimone, l’eternità come orizzonte. Eppure, proprio in quel «pe’ sempe sì» si apre una crepa interpretativa che merita di essere attraversata.
La vittoria al Festival di Sanremo di Sal Da Vinci ha premiato una canzone che parla alla parte più tradizionale del Paese, che rassicura, che ricuce l’idea di un amore eterno, suggellato, definitivo. Ma è proprio questa rassicurazione a interrogare. Perché l’amore, oggi, può ancora essere raccontato come un “per sempre sì”? E cosa accade, culturalmente, quando il “per sempre” sembra non contemplare la possibilità del “no”?
Non si tratta di accusare un artista né di processare un testo poetico. Le canzoni vivono di molteplici interpretazioni. Ma le parole hanno un peso, soprattutto quando diventano coro collettivo, quando salgono sul palco del Teatro dell’Ariston e vengono consacrate dal voto popolare.
Sabato sera, sullo stesso palco, si è consumato un momento di tutt’altra intensità. È stato chiamato a parlare Gino Cecchettin, padre di Giulia Cecchettin. Davanti a milioni di spettatori, ha ricordato l’impegno della fondazione nata nel nome della figlia e ha pronunciato parole che dovrebbero essere incise nella coscienza collettiva: «La libertà delle donne non è negoziabile».
Sul grande schermo sono scorsi i nomi di oltre 300 donne uccise dal 2020 a oggi. Più di 300 vite spezzate. Più di 300 “no” che non sono stati accettati. Più di 300 storie in cui l’amore si è trasformato in possesso, la promessa in ossessione, il legame in condanna.
È qui che il “sarrà pe’ sempe sì cambia tonalità. Perché in una società in cui troppe donne vengono perseguitate o uccise per aver detto «basta», per aver rivendicato la propria autonomia, l’idea di un amore eterno e irrevocabile non può essere ascoltata con leggerezza. L’amore è anche scelta quotidiana. È anche possibilità di andare via. È, soprattutto, diritto di dire no.
Il problema non è l’eternità come desiderio romantico. È l’eternità come destino obbligato. È la cultura che, talvolta inconsapevolmente, continua a raccontare l’amore come vincolo indissolubile, come promessa che non ammette revoca. In questo senso, la canzone vincitrice diventa sintomo di una mentalità ancora profondamente radicata: quella di un sentimento suggellato “davanti a Dio”, che trova nella tradizione la propria legittimazione.
Ma cosa accadrebbe, dentro quella promessa, se uno dei due dicesse no? Come verrebbe accolto quel no? Come verrebbe raccontato?
Non si tratta di demonizzare una canzonetta, né di negare il diritto al romanticismo. Si tratta di interrogarsi sul contesto. Nella stessa serata in cui si celebrava un “per sempre sì”, si ricordavano centinaia di donne uccise proprio perché quel “per sempre” era diventato, per qualcuno, un diritto di possesso.
La cultura del possesso non nasce da una canzone. Ma si alimenta anche attraverso narrazioni che non vengono messe in discussione. E allora il compito del giornalismo, e più in generale del dibattito pubblico, è proprio questo: leggere i testi, scavarli, problematizzarli. Non per censurare, ma per comprendere.
L’amore non è solo un sì eterno. È anche la libertà di cambiare idea. È la possibilità di interrompere. È il rispetto del limite. Se «la libertà delle donne non è negoziabile», allora nemmeno l’amore può esserlo.



