Negli ultimi anni un dato colpisce magistrati, forze dell’ordine e operatori sociali: l’età dei delinquenti continua ad abbassarsi. Ragazzi di tredici, dodici anni, talvolta persino meno, compaiono nelle cronache per rapine, aggressioni, spaccio, baby gang.

Non si tratta solo di singoli episodi. È un fenomeno sociale che interroga la società nel suo complesso sul perché accada.

Le risposte più immediate sono quelle legate alla povertà e alle disuguaglianze sociali. Dove aumentano marginalità, precarietà e abbandono scolastico, cresce anche il rischio di devianza minorile. Non è una novità nella storia. Nei quartieri dove lo Stato arretra, nei servizi sociali, nella scuola, nelle opportunità, spesso subentrano modelli alternativi di riconoscimento sociale quali il denaro facile, la forza, il potere del gruppo.

Ma la povertà economica non basta a spiegare tutto. Accanto ad essa esiste una povertà educativa, forse ancora più grave. Quando mancano punti di riferimento come famiglia, scuola, comunità i giovani crescono senza strumenti per distinguere tra libertà e arbitrio, tra diritto e sopraffazione.

Un tempo esistevano freni sociali diffusi, il controllo del quartiere, la rete familiare, la presenza costante degli adulti. Non erano sempre perfetti, ma rappresentavano una trama di responsabilità collettiva. Oggi quella trama appare sfilacciata e molti ragazzi crescono in una sorta di solitudine sociale, spesso più connessi digitalmente che realmente accompagnati nella crescita.

C’è poi il tema dell’emulazione dei modelli culturali delle fiction, serie televisive, musica e social network che diffondono, spesso, una rappresentazione del successo legata alla violenza, al potere immediato, al denaro ostentato. Non sono la causa unica del problema, ma contribuiscono a creare un immaginario nel quale il confine tra ribellione e criminalità diventa ambiguo.

Infine esiste una dimensione più profonda, quella della psicologia sociale. Molti adolescenti vivono un senso diffuso di frustrazione; poche prospettive, paura del futuro, identità fragile. In questo contesto il gruppo, la baby gang, diventa un luogo di appartenenza e di riconoscimento. Anche la violenza può trasformarsi in un linguaggio identitario, un modo per esistere agli occhi degli altri.

La politica, spesso, risponde con una sola parola: repressione. Più carcere, pene più severe, abbassamento dell’età imputabile ma la storia insegna che la repressione da sola non risolve i problemi sociali. Può contenere i fenomeni, ma raramente li elimina.

Se davvero vogliamo comprendere perché l’età dei delinquenti si abbassa, bisogna guardare alle radici del problema; disuguaglianze sociali, crisi educativa, solitudine familiare e desertificazione culturale. Una società che investe poco nella scuola, nei quartieri popolari, nello sport, nella cultura e nei servizi sociali rischia di pagare il conto anni dopo, nelle aule dei tribunali minorili.

Perché quando un ragazzo di quattordici anni delinque, raramente è solo una responsabilità individuale. È spesso il segnale di un fallimento collettivo e, forse, la domanda più scomoda non è perché questi ragazzi diventano delinquenti ma dov’era la società mentre crescevano.