Vi presentiamo la quinta delle sei puntate sulla crisi della stampa in Italia. Un declino che ha radici antiche e ragioni complesse. LaC proverà a raccontarvelo.

La sopravvivenza della stampa italiana, in tutte le sue forme, dipende ancora oggi dagli interventi pubblici. Senza lo Stato, molte testate locali, indipendenti o di nicchia, non potrebbero nemmeno esistere. Eppure i fondi stanziati sono insufficienti, distribuiti in modo diseguale e spesso soggetti a tagli o procedure burocratiche che scoraggiano chi prova a innovare.

Quanto dà lo Stato all’editoria e come vengono spesi i soldi

Ogni anno, lo Stato italiano mette a disposizione dell’editoria circa 100-120 milioni di euro. Questa cifra include contributi diretti alle testate, spesso legati al numero di copie o al tipo di pubblicazione; agevolazioni fiscali e riduzioni per le imprese editoriali; incentivi per l’innovazione digitale e il sostegno alle edicole.

Ma il punto cruciale non è solo quanto, ma come: la gran parte delle risorse va alle grandi testate nazionali e ai gruppi editoriali consolidati. Questo significa che chi già ha visibilità e risorse riceve il sostegno, mentre testate locali o nuove iniziative indipendenti restano spesso senza nulla, nonostante siano quelle che più garantiscono pluralismo e controllo democratico sul territorio.

Le testate locali, che raccontano la vita dei comuni, monitorano le amministrazioni locali e denunciano abusi spesso invisibili ai grandi media, sono le più penalizzate.

Spesso non hanno i numeri per accedere ai contributi statali, oppure le procedure burocratiche diventano un ostacolo insormontabile: documenti, certificazioni, rendicontazioni complesse.

Il risultato è che il pluralismo si riduce, perché chi resta senza sostegno non può competere né sopravvivere.

Le nuove testate indipendenti, quelle nate con modelli digitali o cooperative, rischiano di non vedere mai un euro pubblico, pur essendo spesso più innovative e vicine ai lettori.

Cali e preoccupazioni: i contributi stanno diminuendo

Negli ultimi anni diversi governi hanno tagliato o rimodulato i fondi per l’editoria:

  • riduzioni dei contributi diretti;
  • limiti alle agevolazioni fiscali;
  • concentrazione del denaro su poche grandi testate.

Il calo colpisce soprattutto le testate locali: molte hanno visto diminuire i fondi del 30-50% negli ultimi cinque anni. Per alcune, significa non poter garantire stipendi ai collaboratori, non poter stampare il giornale o sostenere la propria presenza digitale.

Perché i contributi statali sono essenziali

I contributi pubblici non sono elemosina, ma un investimento nella democrazia. Consentono di mantenere redazioni attive e indipendenti; garantiscono pluralismo e diversità di punti di vista; finanziano inchieste e cronache locali; sostengono iniziative digitali e innovazioni editoriali.

Senza questi fondi, l’informazione rischia di essere un bene di lusso, accessibile solo ai grandi gruppi e a chi può permetterselo, riducendo drasticamente la capacità dei cittadini di accedere a notizie affidabili.

I rischi se lo Stato non farà di più

Se l’Italia continuerà a sottovalutare il ruolo dell’informazione centinaia di testate chiuderanno e il giornalismo locale scomparirà.

Il pluralismo sarà sempre più compromesso, le piattaforme digitali monopolizzeranno il flusso informativo, la disinformazione e le fake news cresceranno senza freni e i cittadini perderanno strumenti fondamentali per controllare il potere e partecipare alla vita pubblica.

Il problema, quindi, non è solo economico: è politico e civico. Senza un intervento strutturale, il quarto potere italiano rischia di scomparire, lasciando un Paese senza memoria, senza controllo e senza strumenti per difendere la democrazia.