C’è un modo per capire davvero lo stato di una regione: percorrerla. Non nei convegni, non nei comunicati stampa, non nelle promesse elettorali. Ma su strada. Ed è proprio su strada che la Calabria rivela la sua verità più cruda.

In questi giorni ho attraversato un territorio vasto, straordinario per bellezza naturale, ma mortificato da una viabilità che sembra appartenere a un’altra epoca. Strade strette, dissestate, spesso indegne persino di un collegamento secondario. Tratti che sembrano rimasti fermi agli anni del fascismo, se non addirittura a un tempo ancora più lontano. Vie che dovrebbero collegare mete turistiche e che invece scoraggiano chiunque non abbia nervi saldi e sospensioni robuste.

E poi il dettaglio che più di ogni altro racconta il paradosso calabrese: passaggi a livello con sbarre nuove di zecca, lucide, moderne… accanto a pali dell’elettrificazione piegati, arrugginiti, quasi collassati su sé stessi. Una fotografia impietosa. Una modernità di facciata che si innesta su un corpo vecchio, malato, mai realmente curato.

La rete ferroviaria secondaria – fatta eccezione per i grandi progetti dell’alta velocità che restano, per ora, più annunci che realtà diffusa – suscita una sensazione difficile da descrivere: fa quasi tenerezza. Come un bambino abbandonato. Linee lente, trascurate, dimenticate. E mentre si parla di sviluppo, innovazione, rilancio del turismo, si dimentica che senza infrastrutture un territorio resta isolato, marginale, destinato a sopravvivere più che a vivere.

Attraversando i centri abitati, il salto temporale è evidente. Borghi che sembrano fermi all’epoca pre-unitaria, con servizi carenti, spazi pubblici trascurati, una sensazione diffusa di immobilità. E poi, all’improvviso, resort a quattro stelle, spesso frequentati da turisti stranieri, oasi di efficienza e cura immerse in un contesto che non riesce a sostenerle.

È qui che emerge il contrasto più violento: da un lato le istituzioni, che promettono, annunciano, pianificano; dall’altro i privati, che con sacrificio costruiscono pezzi di eccellenza, spesso isolati, quasi eroici. Due mondi paralleli che non si incontrano mai davvero.

E allora la domanda diventa inevitabile: c’è ancora futuro per una regione così?

Una regione dove i giovani si vedono poco, sempre meno, e gli anziani diventano la struttura portante di comunità che lentamente si svuotano. Dove chi può parte, e chi resta lo fa per necessità o per amore, spesso pagando un prezzo altissimo in termini di opportunità.

Il rischio non è solo economico. È sociale, culturale, umano. È il rischio dello spopolamento, dell’abbandono, della perdita di identità attiva. Perché una terra senza giovani è una terra senza prospettiva.

Eppure, la Calabria non è condannata. Ma per salvarla serve una verità che la politica continua a evitare: non bastano interventi spot, non bastano fondi annunciati, non bastano inaugurazioni simboliche. Serve una rivoluzione infrastrutturale vera, concreta, diffusa. Serve una visione che metta al centro collegamenti, mobilità, servizi.

Senza questo, ogni discorso sul turismo, sul rilancio economico, sulla valorizzazione del territorio resta retorica.

Il viaggio in Calabria lascia addosso una sensazione amara, quasi di impotenza. Ma anche una certezza: le potenzialità sono immense, ma stanno marcendo sotto il peso dell’incuria e dell’inerzia.

E il tempo, a differenza dei treni calabresi, non aspetta.