Gianmarco Cimino amministra il comune catanzarese di 1500 abitanti: «Fare il sindaco oggi? È una missione laica». Il non arrendersi di fronte allo svuotarsi del paese e le strategie per continuare a respirare
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Piccoli comuni che lottano contro lo spopolamento. Ne parliamo con il giovane sindaco di San Mango d’Aquino, Gianmarco Cimino.
Sindaco, c’è un’Italia che sta morendo nel silenzio più assordante. Nel nuovo “Piano strategico per le aree interne”, il Governo parla chiaramente di “spopolamento irreversibile”. Questo fa paura ai piccoli comuni?
«Non prevale la paura, ma la consapevolezza di una sfida enorme. Parlare di “spopolamento irreversibile” significa arrendersi prima di combattere. I piccoli comuni non sono un peso, ma presidi di comunità e innovazione. Dobbiamo saper trasformare i nostri svantaggi in valore, venderli al mondo come unicità — spazi, silenzi, relazioni autentiche — e ribaltare la narrazione. Se lo Stato investe, i borghi possono diventare il motore di un’Italia diversa e più coesa».
I comuni andrebbero rilanciati, sostenuti, non lasciati andare. È un’eutanasia di Stato. Che colpirà tantissimi comuni del sud e della Calabria.
«Togliere servizi e personale significa spegnere comunità intere. Ma il Sud non è un malato terminale: se si compete ad armi pari, i nostri borghi e i tanti bravi amministratori possono giocare senza complessi, senza la sindrome del brutto anatroccolo. Idee e talenti non mancano, serve solo smettere di partire con un handicap imposto dall’alto».
A San Mango come state vivendo questo momento. Com’è la situazione nel vostro comune?
«San Mango non si limita a resistere: prova a ribaltare un destino che altri danno per scritto. Cultura, socialità e sport qui sono leve di sviluppo, non riempitivi. I limiti ci costringono a innovare, e spesso proprio nei nostri borghi nascono soluzioni che altrove non si hanno il coraggio di sperimentare».
Lo smart working, la gestione dell’immigrazione legale, ci potrebbero essere soluzioni, anche importanti. Ma di questi temi non parla nessuno.
«Lo smart working è la chiave. Come Comune abbiamo partecipato al bando della Presidenza del Consiglio sulle aree dismesse e, con un partenariato pubblico-privato, abbiamo lanciato un’idea ambiziosa: ospitare nomadi digitali della Silicon Valley e di altri hub mondiali in un borgo come il nostro. È una sfida complessa, ma affascinante. Anche l’immigrazione legale, se ben gestita, può essere un’opportunità, ma il punto è che i borghi vanno resi produttivi, non musei a cielo aperto».
Come vede il futuro del suo comune?
«Il futuro di San Mango non lo vedo come una cartolina, ma come un laboratorio. Turismo lento, innovazione e cultura non sono slogan, ma strumenti per generare economia e qualità della vita. Non serve un miracolo: serve metodo, rete con altri territori e il coraggio dei cittadini di credere che qui si può fare. Il destino non si aspetta, si costruisce».
Intanto i sindaci sono disperati perché da anni sono rimasti senza risorse e senza personale. Come si può amministrare così?
«Fare il sindaco oggi significa anche sostituirsi a ruoli che mancano: coordinare, intervenire, stare in prima linea su tutto. Non è solo amministrazione, è una missione laica di servizio, che ti porta a sporcarti le mani ogni giorno accanto alla tua comunità. Ma non possiamo essere lasciati soli: i sindaci reggono finché possono, poi senza strumenti il rischio è che il sistema crolli».
L’unione dei comuni, le fusioni possono funzionare?
«Possono funzionare se sono una scelta condivisa, non un’imposizione dall’alto. L’unione deve significare servizi migliori e costi più bassi, non solo burocrazia. Personalmente credo più nelle fusioni che nelle unioni: servono a superare davvero i campanilismi e a costruire comuni più forti e competitivi. Solo così si lavora insieme per il futuro, altrimenti restano parole vuote».
I giovani di San Mango vedono qui un futuro o pensano di andare via?
«Molti giovani pensano di partire, ed è comprensibile. Ma c’è anche chi vuole restare e chiede opportunità vere. Il compito di un sindaco è trasformare quel desiderio in futuro concreto: spazi, cultura, sport, lavoro. Non basta dire “resta”, bisogna dare un motivo per farlo».
Dopo il primo anno da sindaco ha lo stesso entusiasmo dei primi giorni? E cosa risponde a chi vocifera di una sua candidatura alle regionali
«L’entusiasmo è lo stesso, con più consapevolezza. Oggi so quanto è dura, ma non ho mai pensato di mollare. Essere sindaco “giovane” significa non accontentarsi, non adattarsi alla rassegnazione. Per il resto il futuro è nelle mani di Dio: il mio lavoro è qui, servire la mia comunità».
Le origini di San Mango d'Aquino risalgono al 1640 circa; sorge nel territorio alla sinistra del fiume di Savuto con poche case sparse ed è abitato da genti della contea di Martirano e della disciolta contea di Aiello.
San Mango d'Aquino (anticamente Santo Mango), oggi conta circa 1500 abitanti della provincia di Catanzaro.