Sette rintocchi dall'inizio dell'anno. Sette lenzuoli tirati su volti che avevano visto il secolo breve e l'illusione del nuovo millennio, finiti ora nel ventre asciutto di Cervicati. In questo lembo di Calabria appeso tra il Pollino e la valle del Crati, la contabilità del lutto non è una statistica, è un’emorragia. L'ultima a andarsene, una donna che portava addosso la polvere di decenni passati a guardare la strada aspettando qualcuno che non tornava, ha lasciato in eredità una frase che vibra quasi come un esorcismo: «Che possano uccidere la morte». Non è un auspicio. È una maledizione scagliata contro il vuoto, il grido strozzato di chi ha visto il proprio paese trasformarsi in un presepe di ossa e silenzio.

Cervicati, ma potrebbe essere anche un qualsiasi altro paese meridionale, oggi è uno specchio crepato. Le case si guardano l'un l'altra con le orbite vuote delle finestre sbarrate, mentre l'erba spacca il cemento dei vicoli dove un tempo il rumore dei passi era un ritmo ossessivo, quotidiano, rassicurante. Quando muore un anziano in un paese di poche centinaia di anime, non scompare solo una persona. Crolla un archivio. Brucia una biblioteca di gesti. E il problema, il dramma vero che pulsa sotto la crosta di questa terra, è che non c'è nessuno a raccogliere quelle ceneri. I nati sono un miraggio. Le culle sono mobili d'antiquariato coperti di cellophane nelle soffitte.

Il dato demografico è un proiettile. Ne ho parlato con Don Antonio Fasano dopo l’ennesima estrema unzione in questo paese. In Calabria si muore di più e si nasce di meno che in quasi ogni altra parte d’Europa, ma parlarne così, con la freddezza dell’antropologo da poltrona, è certamente un insulto a chi resta. La «restanza» non è una scelta poetica, è una forma di resistenza biologica. A Cervicati, come a San Benedetto Ullano o nei paesi fantasma dell'Aspromonte, la vita è una trincea. Sette morti in due mesi. È una falcidia che ha il sapore di una resa dei conti finale. La morte, qui, non è l'evento naturale che chiude il cerchio, ma un predatore che sta svuotando il sacco fino all'ultimo granello di sabbia.

Vedi i vecchi seduti sulle panchine, in piazza, con le mani incrociate su bastoni di ulivo, e capisci che sono le ultime sentinelle di un mondo che sta colando a picco. Hanno la pelle bruciata dal sole e dal sale, gli occhi rivolti a una strada provinciale che porta sempre e solo altrove. Verso la Germania, verso Milano, verso un call center di una città dove i nipoti scambiano la loro identità per un contratto a progetto. Quell'anziana, con il suo anatema contro la fine, aveva capito tutto. Chiedeva l'impossibile di fermare l'entropia. Voleva un atto di violenza vitale, un parricidio metafisico che restituisse sangue alle strade deserte.

Il paradosso è feroce. Più i paesi si svuotano, più diventano scenografie per un turismo della memoria che ha il retrogusto amaro della farsa. Arrivano i viaggiatori in cerca di autenticità, scattano foto ai portoni scrostati, esaltano la lentezza. Ma la lentezza, quando non c'è futuro, si chiama agonia. Non c'è nulla di romantico nel veder morire sette persone in sessanta giorni sapendo che nessuna classe scolastica verrà riaperta per accogliere nuovi vagiti. È un deserto di pietre calde dove l'unico suono è il sibilo del vento tra i fili della luce.

La politica balbetta. Parla di incentivi, di case a un euro, di bonus che arrivano come bende su un'arteria recisa. Ma il problema non è economico, è ontologico. Manca il desiderio. Manca la percezione che restare sia un atto fertile. La Calabria dell'interno sta diventando una gigantesca necropoli a cielo aperto, curata con dedizione da chi aspetta il proprio turno per l'ultimo viaggio verso il cimitero in collina. E intanto i centri commerciali sulla costa rigurgitano merci e plastica, mentre a pochi chilometri di distanza, nel silenzio dei vicoli di Cervicati, si spegne l'ultima lampadina di una cucina al piano terra.

C'è un'arroganza sottile nel modo in cui guardiamo a questi paesi. Li consideriamo rami secchi da potare o musei polverosi da preservare con una pietà pelosa. Ci dimentichiamo che lì dentro batte ancora un cuore, per quanto aritmico. Quelle sette morti sono sette ferite aperte sulla carne della regione. Ogni volta che un feretro attraversa la piazza, il paese si rimpicciolisce, si accartoccia su se stesso, perde un pezzo di orizzonte. «Che possano uccidere la morte» era forse l'invito a una rivolta.

Ma chi sono i destinatari di quel «possano»? I giovani che caricano trolley alla stazione di Paola? I politici che inaugurano rotatorie mentre i paesi franano? O forse siamo noi, spettatori di un documentario sulla fine di una civiltà che guardiamo con la stessa distaccata curiosità con cui si osserva l'estinzione di una specie rara. La morte si uccide con la presenza.

Cervicati è piccola, quasi invisibile sulle mappe del potere. Eppure, in quella frase sussurrata tra i denti da un'anziana sul punto di andarsene, c'è tutta la filosofia che ci manca. C'è il rifiuto della rassegnazione. C'è la consapevolezza che il vuoto non è un destino, ma una sconfitta che accettiamo ogni giorno con il nostro silenzio. Sette morti. Un numero che pesa come piombo.

Restano le pietre. Restano i portoni chiusi con il lucchetto arrugginito. Resta l'eco di quel comando impossibile. Uccidere la morte non significa vivere in eterno, ma impedire che l'oblio mangi tutto.

Forse, dopotutto, la profezia di quella donna non era rivolta ai vivi, ma al luogo stesso. Un richiamo alla terra affinché generi ancora, malgrado tutto, malgrado noi. Perché se non uccidiamo questa morte lenta, fatta di partenze e di indifferenza, non resterà nessuno nemmeno per recitare l'ultimo requiem. Solo il vento, che a Cervicati continua a soffiare forte, portando con sé l'odore del tempo che scivola via tra le dita.

*Documentarista Unical