Mentre la politica continua a raccontare la favola dei ragazzi svogliati, 123mila italiani hanno fatto la valigia nel solo 2024. La festa del lavoro in Italia non è per tutti
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Il Primo Maggio è la festa del lavoro. Ma per chi ha meno di trent'anni (e non solo) in Italia, oggi più che una festa è un appuntamento mancato. I dati dicono cose che la retorica del "fannullone" non vuole sentire — e che la politica, da vent'anni, si rifiuta di ascoltare.
«I giovani non hanno più voglia di lavorare». Si dice così, di solito, nei talk show del pomeriggio e in certe conferenze di categoria. Strano. Eppure, le offerte sul tavolo sono talmente generose che la riluttanza è quasi incomprensibile. Allora, proviamo a leggere qualche dato.
Prendiamo un under 30 con un contratto a termine: secondo gli ultimi dati incrociati JobPricing-Inps, porta a casa in media 10.302 euro lordi all'anno. Dividiamoli per dodici. Sottraiamoci la stanza singola dove dormirà se vive a Milano, dove secondo il prezzo medio ha superato a fine 2025 i 732 euro al mese. Il risultato, come direbbe un economista, è una cifra negativa. Tradotto: un mese di lavoro non basta a pagarsi il letto.
Poi ci sono i tirocini extracurriculari, una delle invenzioni più creative del lavoro italiano. Sono oltre trecentocinquantamila l'anno, secondo il monitoraggio Inapp. La loro indennità minima oscilla, regione per regione, tra trecento e ottocento euro lordi al mese. Per quaranta ore settimanali, fa una paga oraria che galleggia tra i due e i cinque euro lordi: meno di un raccoglitore di pomodori dell'Ottocento, salvo poi pretendere laurea, lingue e magari un master. Il Censis, a fine 2025, ha sintetizzato la cosa con numeri che non chiedono commento: il settantacinque per cento dei tirocinanti è insoddisfatto della retribuzione, il sessanta per cento giudica scarsa l'utilità formativa, solo il trenta per cento riceve un vero tutoraggio. Meno del quaranta per cento si trasforma in contratto entro un mese dalla fine. Non è uno scivolo verso il lavoro: è un'istituzione del lavoro gratis, normata, applaudita, riproposta a ogni cambio di governo.
Quando poi un contratto vero arriva, di rado è un'ascesa. L'Istat misura per gli under 30 una retribuzione oraria media di 11,9 euro, quelli che vengono registrati nelle statistiche, ovvio: il 36,4 per cento in meno rispetto agli over 50. Quasi un dipendente under 29 su quattro è in fascia di bassa retribuzione. Nei settori dove i giovani sono concentrati — ristorazione, alberghi, turismo — la media oraria scende a 10,9 euro lordi. Chi cumula contratto a termine e part-time porta a casa 7.100 euro lordi all'anno, sotto la soglia di povertà assoluta che lo stesso istituto calcola per chi vive in un grande centro del Nord. È un dato che andrebbe riletto: non parliamo di chi non lavora. Parliamo di chi lavora.
Per fare un confronto, in Germania il salario minimo legale dal gennaio 2025 è di 12,82 euro l'ora. In Francia il SMIC vale 1.802 euro lordi al mese per 35 ore. In Spagna 1.381 euro su quattordici mensilità. L'Italia, che non ha un salario minimo legale, si tiene la sua particolarità: chi è ai margini del mercato del lavoro non ha un pavimento sotto i piedi.
Il risultato lo segnano le classifiche europee. L'Italia è seconda, dietro solo alla Romania, per numero di giovani che non studiano e non lavorano: il 15,2 per cento dei 15-29enni secondo Eurostat, dato 2024, contro una media UE dell'11. In numeri assoluti, oltre un milione e trecentomila persone. Nel Mezzogiorno la quota sale al 23,3, e tra le donne 25-29enni del Sud raggiunge il 30,1: una su tre. L'età media a cui un giovane italiano lascia la casa dei genitori è trent'anni esatti, quattro più della media europea. Per chi prova comunque ad andare a studiare altrove, l'aritmetica è feroce: stanza singola a 575 euro a Roma, sopra i 500 a Bologna e Firenze, secondo i dati Immobiliare.it. Una rilevazione Skuola.net del 2025 calcola in 446 euro la spesa media mensile dei fuorisede italiani; il 38 per cento se la fa coprire interamente dai genitori, solo il 21 si sostiene con un lavoro, appena il 10 con una borsa di studio.
A questo punto succede l'inevitabile. Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2025 della Fondazione Migrantes, nel solo 2024 hanno lasciato l'Italia 123.376 connazionali per la sola motivazione "espatrio": un balzo del 38 per cento sul 2023. La fascia 18-34 anni segna un più 47,9. Lo Svimez calcola che in tre anni 175 mila giovani tra i 25 e i 34 hanno abbandonato il Sud per il Centro-Nord, e uno su due era laureato. Il Cnel stima in circa 159 miliardi di euro il valore del capitale umano espatriato tra il 2011 e il 2024. Strano, di nuovo: questi disinteressati al lavoro fanno la valigia per andare a lavorare altrove.
Allora forse il problema non è la voglia. È il lavoro che viene offerto. Ed è il silenzio politico — di destra, di centro, talvolta anche di una certa sinistra — su quattro nodi che da almeno vent'anni vengono accuratamente non sciolti. Il salario minimo legale, che il resto d'Europa ha e l'Italia no, e che i sindacati e parte delle opposizioni continuano a invocare invano. La riforma dei tirocini, annunciata da governi di ogni colore e mai approvata, ostaggio di trecentocinquantamila persone l'anno che non hanno né voce né voto. L'edilizia studentesca pubblica, dove i fondi del PNRR restano in larga parte sulla carta mentre nelle città universitarie cresce un mercato in nero che nessuno vigila. E il diritto di restare, perché chiedere ai giovani di non emigrare e ai laureati del Sud di non partire, mentre si lasciano scoperti ospedali, scuole, comuni delle aree interne, è un appello morale che non costa nulla a chi lo pronuncia.
Allora ridiciamola, quella frase di apertura, ma stavolta onestamente. I giovani non hanno più voglia di lavorare per tre euro l'ora a chi può permettersi di pagarne quindici. È una buona notizia. Significa che hanno ancora dignità.
Il primo maggio servirebbe a ricordarlo. A tutti, non solo a loro.

