Mentre i riflettori restano accesi sui colloqui tra Usa e Iran per costruire l’intesa sul nucleare e sull’accesso ai giacimenti, e quella zona del mondo resta calda e al centro di equilibri geopolitici molto precari, la profonda (e non nuova) brutalità della Repubblica islamica dell’Iran sembra essere tornata in secondo piano. L’onda repressiva violenta che ha insanguinato le strade del Paese degli ayatollah nelle scorse settimane continua, per altro, a seminare paura e terrore.

Gli attivisti e gli operatori sanitari restano impegnati a tendere una mano ai tanti ancora nel mirino del regime a caccia di coloro sui quali i segni di ferite e percosse, siano la prova della partecipazione alle proteste antigovernative. Proseguono infatti gli arresti, le esecuzioni, anche occulte, e la repressione della resistenza civile posta in essere dai giovani studenti, avvocati, intellettuali e dissidenti.

Maysoon Majidi è una giovane attivista curdo-iraniana sbarcata in Calabria nel 2023, processata e assolta in primo grado, dopo oltre dieci mesi di carcere, dall’accusa di essere una scafista e in attesa che inizi il processo di secondo grado dopo l’appello proposto dalla Procura di Crotone. Maysoon è oggi rifugiata politica in Italia anche se attualmente in Olanda. Lei ha lasciato quei luoghi per essere libera di esprimersi e di lottare per i diritti così brutalmente repressi.

«In quanto giovane che ha lasciato quei territori per poter esercitare liberamente il diritto di espressione e lottare, guardo a ciò che accade in Iran non solo con dolore, ma con una profonda consapevolezza che trattasi di una ferita collettiva. Quello che oggi vediamo nelle strade dell’Iran non è soltanto repressione fisica, ma la riproduzione di un trauma accumulato; una rabbia repressa che, in assenza di sicurezza, giustizia e possibilità di espressione, viene ripetutamente affrontata e contenuta attraverso la violenza.

Se potessi dire qualcosa a quei giovani, direi che la loro esistenza, la loro resistenza e il loro grido sono legittimi. Sopravvivere in tali condizioni non è semplice e comporta di per sé una responsabilità etica; la responsabilità di impedire che la verità venga messa a tacere, che i nomi si trasformino in numeri e che le voci riescano a raggiungere il mondo. Solo restando uniti e sviluppando una consapevolezza critica dei meccanismi della propaganda possiamo evitare di deviare dal percorso principale. Prima di tutto dobbiamo conoscere il significato e il senso delle parole e solo dopo lottare per esse. Termini come “democrazia” non devono svuotarsi di contenuto né perdere il loro significato».

Maysoon Majidi resta impegnata, anche a distanza, per la causa di libertà delle donne e del popolo curdo. L’Iran è infatti un paese in cui la lotta per i diritti essenziali delle persone e dei popoli è ancora  necessaria.

Discriminazioni legalizzate


«La libertà, per ogni persona che crede nella libertà, non è un concetto semplice né unidimensionale. Il significato fondamentale della democrazia risiede nel fatto che nessun potere debba essere permanente o privo di responsabilità e che il diritto all’autodeterminazione venga restituito al popolo. L’Iran è un Paese pluralista, composto da diverse etnie, lingue e identità, e una società consapevole non concentra mai il potere in un unico centro.

La libertà non può esistere senza la separazione tra religione e politica, senza l’uguaglianza di genere nella società e nella Costituzione, e senza la garanzia di diritti uguali per tutti i cittadini. La libertà è un concetto profondo e stratificato e, se una rivoluzione non incorpora questi elementi, il suo esito sarà soltanto un rovesciamento del potere, non una reale liberazione.

Essere donna in Iran significa vivere sotto il dominio di un sistema religioso che ha trasformato il corpo femminile in un campo di battaglia politico. Significa che persino le scelte quotidiane più semplici, dall’abbigliamento alla partecipazione alla vita politica, possono diventare strumenti di controllo. In Iran la donna non affronta solo una discriminazione sociale, ma un vero e proprio apparato giuridico e di sicurezza il cui obiettivo è produrre paura, obbedienza e la progressiva cancellazione dell’autonomia individuale. La discriminazione è istituzionalizzata anche nella legge; dal diritto al divorzio e all’affidamento dei figli fino all’eredità e alla successione, la donna è sistematicamente definita come “inferiore”.

Eppure, proprio questa pressione ha trasformato le donne nel cuore della resistenza. Le donne di oggi non accettano più il ruolo di vittime. Donne che insorgono nelle strade e si collocano in prima linea nella lotta per la libertà. Donne che non temono il carcere né la morte. Madri che parlano sulle tombe dei propri figli e alzano la voce per chiedere giustizia. Persino nella narrazione ufficiale del regime questa realtà emerge chiaramente: la donna non è più ai margini; la donna è in prima linea.

Io sono una donna curda. Tra il popolo curdo, quando un giovane viene ucciso sulla via della libertà, talvolta lo si accoglie con la danza e la celebrazione. Questa è una forma di resistenza contro la logica della paura. Abbiamo visto video in cui il lutto e la danza si intrecciano; perché una società assediata dalla morte, a volte, non ha altra scelta che trasformare il dolore in resistenza. La danza curda non è solo gioia; è simbolo di legame collettivo, di unità e di lotta. Il movimento “Donna, Vita, Libertà” in Kurdistan nasce esattamente da qui: dal momento in cui la donna non è più disposta a consegnare la propria identità e il proprio futuro a un’ideologia, né a chiedere il permesso per vivere. La donna è essa stessa difensora e combattente.


Nelle città di Ilam e Kermanshah siamo stati testimoni dell’uccisione e dell’arresto di numerose donne medico che avevano prestato soccorso ai feriti. Questo non riguarda una classe sociale specifica, ma rappresenta una caratteristica comune delle donne consapevoli e vigili che combattono in diversi ambiti e su diversi fronti».

Società composita che non può avere una “voce unica”

Secondo i dati del ministero della Salute iraniano hanno dichiarato al Time, in soli due giorni lo scorso gennaio sarebbero state uccise fino a 30mila persone, mentre il conteggio ufficiale del governo di Teheran di 5 giorni fa parla di 3.117 morti. Sono numeri tragici e allarmanti che denunciano la gravissima portata della repressione nel sangue di libertà democratiche nel 2026.

«Il fatto che nel 2026 la richiesta di democrazia venga ancora repressa nel sangue dipende dal fatto che la Repubblica Islamica, fin dall’inizio, non ha fondato la propria legittimità sul consenso popolare, ma sulla combinazione di ideologia e violenza. Un sistema che, sin dalle sue origini, ha dichiarato guerra a parti della società. Il Kurdistan ne è un esempio evidente: una popolazione che nel 1979 votò “no” a questo regime e che ricevette in risposta una repressione brutale, una fatwa di jihad e massacri. Per una struttura di questo tipo, la protesta non è semplicemente “critica”, ma una minaccia diretta alla propria sopravvivenza. Di conseguenza, la repressione non è un’eccezione, ma lo strumento principale di governo; una logica di eliminazione, intimidazione, produzione della paura e imposizione del silenzio.

Quando sono stata invitata al Parlamento italiano, una delle mie richieste è stata proprio questa: che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche venga inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche. I Pasdaran non sono solo responsabili della repressione interna e dell’uccisione di bambini e adolescenti, ma costituiscono una rete transnazionale di violenza organizzata. Le informazioni e i rapporti che ci giungono sono talvolta oltre ogni immaginazione: l’uso di forze proxy per rafforzare la repressione, accompagnato dal blocco di Internet, dal controllo delle comunicazioni e dalla chiusura di ogni spazio di narrazione per la popolazione.
Accanto alla violenza manifesta, esiste anche una violenza invisibile: il centro di produzione ideologica della Repubblica Islamica che genera costantemente propaganda per dividere, diffondere notizie false e deviare la società dal percorso principale. Per questo il mondo deve essere vigile: invece di riprodurre narrazioni securitarie, deve ascoltare la voce del popolo, basarsi sulla verità che emerge dal campo e non permettere che le vittime vengano ridotte a semplici numeri».

Alla domanda se pensa mai di ritornare in Iran, Maysoon risponde che «tornare nella terra degli antenati nel giorno successivo alla conquista della libertà è il sogno di tutti noi. Ma il ritorno non è soltanto uno spostamento geografico. Tornare significa rientrare in un luogo in cui sia possibile parlare liberamente».