L’Ariston sa fare tutto. Sa trasformarsi in balera nazionale, in talent show travestito da rito collettivo, in museo vivente della televisione italiana. Ma quando decide di convocare la nostalgia, lo fa senza anestesia.

Nella prima serata della 76ª edizione del Festival di Sanremo è andata in scena una di quelle immagini che non hanno bisogno di commento: Kabir Bedi e Can Yaman uno accanto all’altro. Il Sandokan mitologico degli anni ’70 e il Sandokan 2.0 della nuova fiction Rai. Il pirata della Malesia in versione vinile e quello in versione streaming.

La regia perfetta: luci morbide, clima sospeso. Yaman si avvicina, prende la mano di Bedi e chiede con garbo: «Mi permetti?». Poi il gesto, lento, quasi rituale: bacio alla mano, fronte che si china. «Nella mia cultura si fa così», spiega. Rispetto verso chi è venuto prima. E l’Ariston, che sa riconoscere la scena madre, trattiene il respiro.

Bedi sorride, emozionato ma composto. E dice la frase che chiude la partita con eleganza: «Per il pubblico non è solo una questione di interpretazione, ma tutto quello che Sandokan rappresenta». Traduzione: non stiamo parlando solo di un ruolo, ma di un pezzo di immaginario collettivo.

E qui sta il punto. Sandokan non è soltanto un personaggio televisivo. È la sigla che risuonava nei salotti italiani, è la mamma che spegneva la luce mentre tu volevi restare sveglio a vedere l’ultima scena, è il poster attaccato con lo scotch in camera. È memoria condivisa, non algoritmo.

Poi, ovviamente, Sanremo fa Sanremo. Laura Pausini rompe la tensione: «Ci sarà una terza stagione ma mi dispiace dirvi che il protagonista non sarai né tu», dice a Yaman, «né tu», rivolgendosi a Bedi. «Sarà lui». E sullo schermo compare Carlo Conti vestito da pirata. Parte la sigla remixata: «Carlokan, Carlokan». Il teatro ride. L’epica diventa varietà. Ma sotto la risata resta il confronto. E non è cattivo, è semplicemente inevitabile.

Yaman è perfetto per il nostro tempo: fisico scolpito, sorriso da copertina, fandom militante pronto a colonizzare i social in tre minuti netti. È l’eroe globale, lucido, internazionale. Ma Kabir Bedi è un’altra categoria: non è solo un attore, è un pezzo di storia televisiva italiana. Non si misura in follower, si misura in ricordi. Non è una gara di muscoli. È una questione di stratificazione. Il nuovo Sandokan può essere brillante, moderno, appetibile. Ma il vecchio Sandokan è diventato mito senza bisogno di hashtag.

E forse la bellezza della scena è stata proprio questa: nessuna sfida dichiarata, nessuna rivalità forzata. Solo un gesto di rispetto e uno scambio di sguardi tra due epoche. Il giovane che riconosce il padre simbolico. Il veterano che lascia spazio senza cedere un millimetro di aura.

L’Ariston ha fatto quello che sa fare meglio: ha messo il passato e il presente uno accanto all’altro e ha lasciato che il pubblico decidesse con il cuore. E se per una sera il mare della Malesia è sembrato tornare a lambire Sanremo, è perché certi personaggi non invecchiano. Si sedimentano. Il resto, tra addominali e nostalgia, è televisione.