VIDEO | Il procuratore Capo della Repubblica di Reggio Calabria evidenzia i possibili scambi tra clan, i contatti della criminalità organizzata con le aree di guerra nel Mediterraneo per la fornitura di armi e la necessità di strumenti più efficaci per utilizzare la messaggistica criptata nelle indagini
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«Abbiamo accertato scambi di armi, anche se non siamo riusciti a identificare tutti i soggetti che partecipavano a questi scambi. Riteniamo quindi verosimile che queste armi possano essere state oggetto anche di passaggi tra varie cosche. A prescindere da questa considerazione, è evidente che il numero e la micidialità delle armi rinvenute erano tali da costituire un arsenale a disposizione, evidentemente, anche di enti criminali che possono essere alleati tra di loro».
Il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli, ha aperto l’odierna conferenza stampa in cui sono stati illustrati i dettagli dell’operazione eseguita nella Piana di Gioia Tauro dal Comando Provinciale della Guardia di Finanza, con il supporto dello Scico, e della componente aerea del Corpo, che ha portato all’arresto di tre soggetti – due in carcere e uno agli arresti domiciliari – indagati per illecita detenzione e vendita di armi da guerra, armi comuni e clandestine e ricettazione, in alcuni casi aggravate dal metodo mafioso.
Il comandante provinciale della guardia di finanza di Reggio Calabria, il colonnello Agostino Tortora, la sostituta procuratrice presso il tribunale di Reggio Calabria, Lucia Spirito, e il comandante nucleo Pef Guardia Finanza Reggio Calabria, Vincenzo Ciccarelli sono intervenuti con il procuratore capo Borrelli che si è soffermato anche sui contatti della criminalità organizzata con le aree di guerra nel Mediterraneo per la fornitura di armi: «Esse rappresentano chiaramente dei bacini di riferimento per la criminalità organizzata. Sono fatti noti, e questa è un’ulteriore riprova di ciò che già abbiamo accertato».
Per quanto riguarda l’aggravante mafiosa, il procuratore Borrelli ha spiegato che: «la contestazione è stata elevata sulla base delle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e di alcune intercettazioni che attribuivano a uno degli indagati un ruolo specifico nella cosca Molè, anche con riferimento proprio alla custodia di armi, seppure non delle specifiche rinvenute in questa operazione. Quindi il gip ha ritenuto, allo stato, di contestare l’aggravante».
Sulla possibile riapertura di tensioni con la cosca Piromalli, attesa la pericolosità di questo arsenale, il procuratore Capo ha dichiarato: «Al momento non ci sono elementi che abbiano costituito oggetto di discovery processuale in questa direzione. Il tempo dirà se le cose rimarranno in questo stato di quiescenza o se si evolveranno».
Nel dettaglio delle indagini, «lo sviluppo della messaggistica criptata ha evidenziato in questa indagine il possesso e la gestione di queste armi e anche il luogo in cui erano nascoste. Si è trattato di un'indagine che ha coinvolto vari reparti di polizia giudiziaria – ha spiegato ancora il procuratore Capo della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli in conferenza stampa - per il rinvenimento delle armi e l'attribuzione di alcune impronte digitali per l’individuazione degli autori del reato. Sulla base delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, nonché sulla base della valorizzazione di alcune intercettazioni che erano state acquisite in altri procedimenti, si è proceduto anche alla contestazione della aggravante mafiosa. Si è, infatti, ritenuto che queste armi fossero sostanzialmente nella disponibilità, attraverso di uno degli attuali arrestati, della cosca Molè.
In realtà non si tratta di una cosa da poco e anche l’arsenale rinvenuto si distingue per quantità e alto livello di offersività. Sequestrate armi da guerra - 25 fucili di cui 17 Kalashinikof, quattro pistole mitragliatrici - armi comuni da sparo - otto fucili e sei pistole - armi clandestine – nove fucili e sei pistole, 70 munizioni, sette bombe a mano e seicento grammi di tritolo.
Tutto questo si inquadra – ha proseguito ancora il procuratore Capo della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli - in una attività che le forze di polizia la procura della Repubblica stanno cercando di incrementare. Le chat sono state fino ad ora valorizzate molto con riferimento per quanto ai traffici stupefacenti. Ma si tratta di una miniera di informazioni che stiamo cercando di mettere a regime anche per quella che è la ricostruzione degli assetti associativi criminali non solo nella Piana».
Sul punto il procuratore Borrelli ha infine posto l’accento sulle difficoltà tecniche e normative legate all’acquisizione di questa preziosa messaggistica criptata: «Sono anni ormai che acquisiamo elementi di prova da messaggistiche criptate che sono state “bucate”, hackerate da altri Paesi. Il problema, in realtà, è quello di sviluppare anche nel nostro Paese – che una volta era all’avanguardia nelle attività investigative tecniche – le competenze adeguate e soprattutto gli strumenti processuali per poter fare altrettanto. In questo momento la situazione processuale, per quanto riguarda l’acquisizione della messaggistica, è piuttosto incerta. Sarebbe il caso di arrivare a una definitiva sistemazione della materia, che però non perda di vista logiche di efficienza. Proprio questa indagine, ma anche molte altre prima, dimostrano come l’acquisizione della messaggistica sia fondamentale per il contrasto a fenomeni criminali gravi, come i traffici di stupefacenti, di armi e così via».

