Le parole captate dalla microspia, le ricerche sul Dna fatte anni prima di diventare indagato, il tappetino “arrotolato” durante i rilievi e l’enigma dello scontrino. La Procura di Pavia mette insieme decine di elementi che, secondo gli investigatori, cambiano completamente la storia del delitto di Garlasco
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Garlasco, le accuse a Sempio: la nuova inchiesta sul delitto di Garlasco ruota attorno a una domanda: che cosa sapeva davvero Andrea Sempio di Chiara Poggi prima e dopo il 13 agosto 2007? La Procura di Pavia non parla più di semplici suggestioni, ma costruisce un mosaico di indizi che unisce intercettazioni ambientali, ricerche informatiche, vecchi errori nei sopralluoghi e particolari che, secondo gli investigatori, solo chi era entrato nella vita privata della vittima poteva conoscere. Su questa base i pm accusano Sempio, oggi indagato nella nuova inchiesta sull’omicidio per cui Alberto Stasi ha già ricevuto una condanna definitiva.
Le intercettazioni in auto di Andrea Sempio
Il passaggio più esplosivo arriva da una microspia piazzata nell’auto di Sempio. L’intercettazione ambientale risale al 14 aprile 2025. Lui è solo, sa da circa un mese di essere di nuovo sotto indagine e parla tra sé e sé di Chiara Poggi, delle telefonate precedenti al delitto e di alcuni video intimi che avrebbe visto. Nei verbali, secondo quanto emerge, Sempio ricostruisce un possibile dialogo con la vittima: «Lei ha detto “non ci voglio parlare con te”», imitando una voce femminile. Poi aggiunge: «Era tipo io gli ho detto “riusciamo a vederci? ”». E ancora: «Lei mi ha messo giù… E ha messo giù il telefono… ah ecco che fai la dura… ma io non l’ho mai vista in questo modo, l’interesse non era reciproco».
Per la Procura, queste frasi smontano la versione sostenuta per anni dall’indagato, secondo cui lui avrebbe chiamato casa Poggi solo per cercare Marco, fratello di Chiara e suo amico.
Il dettaglio dei video porno sulla pendrive
Il punto più delicato riguarda però la pendrive. Nel soliloquio registrato, Sempio dice: «Lei dice “non l’ho più trovato” il video… poi io ho portato il video». E ancora: «Anche lui lo sa… perché ho visto… dal suo cellulare… perché Chiara non… con quel video e io ce l’ho dentro la penna». Secondo gli investigatori, Chiara aveva copiato alcuni video intimi su una chiavetta usb per poi cancellarli dal computer. Il dettaglio, fino a oggi, non era mai entrato nel dibattito pubblico. Proprio questo, per i pm, rende la frase decisiva: solo chi aveva visto quel supporto poteva conoscere l’esistenza della pendrive.
Il tappetino arrotolato e gli errori nei rilievi
La nuova ricostruzione del delitto di Garlasco passa anche dalla scena del crimine. Secondo la Procura, Chiara Poggi subì la prima aggressione vicino al divano e tentò di difendersi prima di morire. In questa lettura pesano alcuni errori nei sopralluoghi del 2007, a partire dal tappetino della cucina davanti al lavabo, dove il killer potrebbe essersi lavato prima della fuga. Gli investigatori dell’epoca sollevarono e arrotolarono quel tappetino prima di spruzzare il luminol sul pavimento. Risultato: le impronte arrivavano fino al tavolo e poi sparivano, lasciando una zona d’ombra che oggi gli investigatori considerano fondamentale.
L’impronta 33 e la mano bagnata
Nel fascicolo torna anche l’impronta 33, una traccia che secondo i carabinieri del primo sopralluogo sembrava lasciata da una mano bagnata. Per chi indaga oggi, quel segno conferma l’ipotesi di un assassino che si lava dopo l’aggressione e poi si muove nella casa.
Anche questo elemento, rimasto per anni sullo sfondo, oggi cambia peso nella nuova ricostruzione accusatoria.
Le ricerche sul Dna prima di finire sotto indagine
Altro elemento centrale riguarda le ricerche informatiche trovate sull’hard disk sequestrato a casa di Sempio. Secondo i pm, tra il 2014 e il 2015, quando il suo nome non circolava ancora pubblicamente nella nuova inchiesta, Sempio cercò informazioni sul caso Garlasco, su Alberto Stasi, sulle fasi processuali e soprattutto sul Dna trovato sulle mani di Chiara Poggi. Una ricerca in particolare attirò l’attenzione degli investigatori: quella sul “Dna mitocondriale”, effettuata in coincidenza con le analisi svolte durante il processo di appello bis a Stasi. Per la Procura non si tratta di semplice curiosità, ma di un interesse troppo specifico per una persona formalmente estranea all’indagine. Continua a leggere su La Capitale.

