Parla uno degli uomini che viaggiavano a bordo del minivan dato alle fiamme, riuscito a sfuggire all’inferno: emerge un quadro di precarietà e sfruttamento che potrebbe essere all’origine del brutale omicidio
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
Le immagini registrate dalle telecamere di videosorveglianza raccontano una sequenza agghiacciante. Pochi secondi che si trasformano in una strage. Alla stazione di servizio di Amendolara i quattro braccianti stranieri sono morti carbonizzati all'interno dell'automobile nella quale viaggiavano. Tre delle vittime erano di nazionalità afghana, una proveniva dal Pakistan. Un quinto lavoratore è riuscito a salvarsi e, dopo essere stato rintracciato, è diventato il principale testimone di quanto accaduto.
La Procura di Castrovillari ha intanto disposto il fermo di due persone accusate di omicidio aggravato al termine di un lungo interrogatorio svolto in Questura a Cosenza.
Le telecamere hanno ripreso i momenti immediatamente precedenti al rogo. Nelle immagini si vedono alcuni uomini scendere dal veicolo mentre dal portellone posteriore viene estratto del liquido infiammabile. Poi, nel giro di pochi istanti, la fiammata che avvolge l'auto e la disperata fuga di chi, sfondando la portiera, riesce a sottrarsi all'inferno.
Il racconto del superstite
È soprattutto dalle parole del sopravvissuto, rilasciate ai microfoni della Rai, che emerge il possibile contesto nel quale sarebbe maturata la strage. Si tratta di un cittadino afghano che viveva insieme alle vittime a Villapiana, comune non lontano dal luogo dell'omicidio plurimo.
In un italiano stentato, davanti alle telecamere ha spiegato che tre vittime erano afghane e che i due fermati accusati di omicidio volontario erano coloro che volevano dei soldi per il trasporto, che le vittime non volevano dare. A quel punto, ha raccontato, i due hanno gettato prima la benzina nell'abitacolo e poi un accendino, bruciando vivi i quattro migranti. Lui è riuscito a fuggire rompendo un finestrino e nel video si vede con le braccia fasciate per le ustioni. L'uomo ha anche detto che i cittadini pakistani minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farlo lavorare e che non li pagavano: «I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no», ha raccontato aggiungendo che c'è una «grande mafia pakistana».
Nel suo racconto ritorna più volte il tema della regolarizzazione del lavoro. «Volevano il contratto», dice riferendosi ai compagni morti nel rogo. Una richiesta che, secondo la sua versione, avrebbe generato tensioni con chi gestiva l'attività lavorativa dei braccianti.
L'ombra del caporalato
L'uomo ai microfoni Rai parla di trattenute sul salario e di persone che avrebbero controllato il trasporto e l'accesso al lavoro nei campi. Migranti che sarebbero diventati a loro volta intermediari, sfruttando altri lavoratori impiegati nelle campagne lungo la Statale 106.
Le indagini
Le indagini dovranno ora chiarire con precisione la dinamica dei fatti e il movente dell'omicidio. Le immagini delle telecamere di sorveglianza e la testimonianza dell'unico sopravvissuto rappresentano al momento gli elementi centrali.
Da accertare se la richiesta di un contratto regolare, di una paga diversa o il rifiuto di ulteriori trattenute possano aver avuto un ruolo nella vicenda. Di certo, dalle parole del superstite emerge il quadro di una vita segnata da precarietà e sfruttamento.
Una storia che riporta l'attenzione anche sulle condizioni in cui vivono e lavorano molti braccianti stranieri impiegati nelle campagne del Mezzogiorno. Il dubbio da sciogliere è se dietro questa morte così atroce ci sia stata la richiesta di maggiore dignità.



