La svolta nelle indagini grazie al video che mostra l’orrore del rogo e alla testimonianza di un carabiniere forestale che aveva controllato il minivan sulla 106. I presunti caporali fermati a Villapiana mentre preparavano la fuga. Accertamenti sulla ditta di Scanzano Jonico che aveva assunto le quattro vittime: si indaga sui contratti
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Offrivano un po’ di frutta ai vicini di casa di Villapiana dopo una giornata di lavoro nei campi. Quattro migranti arrivati in Calabria da poco più di un mese: benvoluti dal quartiere che li aveva accolti, bruciati vivi dai caporali per aver osato chiedere l’ombra di un diritto.
Oggi ad Amendolara, lungo la Statale 106, un segno nero sull’asfalto all’interno di una stazione di servizio racconta quando valgono le vite degli invisibili per il sistema che li sfrutta: niente. Forse i cinque euro che le vittime non volevano pagare ai loro aguzzini per il trasporto, forse la richiesta di un contratto “vero”. Certe vite restano invisibili finanche quando finiscono arse tra le fiamme, in pieno giorno, su una delle più trafficate strade della costa jonica calabrese.
Erano lavoratori agricoli. Braccianti arrivati in Italia inseguendo un futuro diverso. Tornavano dai campi del Metapontino dopo una giornata di raccolta. Si chiamavano Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, 19, Safi Iayjad, 27, e Waseem Khan, 29. Tre afghani e un pachistano.
Dietro quelle fiamme c'era un piano preciso, maturato all'interno di un sistema di sfruttamento che da anni accompagna il lavoro agricolo stagionale tra Calabria e Basilicata. L’unico superstite, l’afgano Mohammed Taj Alamyar, lo ha raccontato davanti alle telecamere: «Ci hanno attirati con una scusa per ucciderci».
Strage di Amendolara, le immagini dell’orrore
Altre telecamere – quelle della stazione di servizio di Amendolara in cui si è consumata l’esecuzione – hanno permesso di dare alle indagini un'accelerazione quasi immediata.
Sono filmati che gli investigatori hanno descritto come tra i più duri mai visionati.
Nelle riprese si vede Ali Raza, uno dei due caporali accusati di omicidio plurimo pluriaggravato dalla Procura di Castrovillari, scendere dal lato guida del minivan. Si dirige verso il bagagliaio e versa del carburante. Pochi secondi dopo appicca il fuoco. Contemporaneamente Safeer Ahmed, l’altro presunto caporale, scende dall'altro lato del mezzo e interviene sulle uscite del veicolo. Secondo la Procura di Castrovillari i due agiscono in maniera coordinata: uno incaricato di incendiare il mezzo, l'altro di impedire ogni possibilità di fuga.
Nelle immagini c'è un momento che colpisce più di tutti.
Quando il fumo invade l'abitacolo e le fiamme avvolgono il veicolo, il minivan comincia a oscillare violentemente. Si muove da una parte all'altra, come sospinto da una forza invisibile.
È il segno della disperazione di chi è rimasto intrappolato all'interno e tenta di salvarsi.
Il sopravvissuto che ha spezzato il silenzio
A raccontare cosa sia accaduto dentro quel veicolo è stato soprattutto un uomo: Mohammad Taj Alamyar, trentacinque anni, afghano. È l'unico sopravvissuto.
È riuscito a uscire dal minivan riportando ustioni di secondo grado in varie parti del corpo. Le sue condizioni restano serie, ma il suo racconto si è rivelato fondamentale per ricostruire gli ultimi momenti prima del rogo e individuare i responsabili.
La sua testimonianza si è intrecciata con quella di un carabiniere forestale che poco prima della tragedia aveva notato movimenti sospetti attorno al veicolo e si era avvicinato per un controllo: passaggio importante per riconoscere i presunti responsabili. Gli elementi raccolti hanno consentito agli investigatori di muoversi rapidamente.
I due sospettati sono stati rintracciati poche ore dopo a Villapiana, il comune dove vivevano anche le vittime. Quando gli agenti li hanno fermati indossavano ancora gli stessi abiti immortalati nei filmati. Per gli inquirenti stavano probabilmente preparando la fuga.
A Villapiana, nella casa dei dieci uomini
Per comprendere davvero questa storia, però, bisogna lasciare la Statale 106 e raggiungere Villapiana. Nel centro storico del paese c'è l'appartamento dove vivevano le vittime. È un piccolo alloggio al primo piano mostrato in pochi secondi dei servizi tv dedicati alla strage. Due stanze, un cucinino, pochi mobili.
Negli angoli scarpe sporche di terra accatastate le une sulle altre. Poi i materassi stesi sul pavimento. Nella casa degli invisibili non ci sono letti: i vestiti sono sugli armadi, sul tavolo documenti e permessi di soggiorno che il sopravvissuto mostra agli inviati. È così che le quattro vittime acquistano finalmente un volto, una dimensione al di là di quel rettangolo di asfalto bruciato. In quelle stanze vivevano in dieci.
Per quella casa, secondo le testimonianze raccolte dagli investigatori, venivano richiesti cinquecento euro al mese di affitto. Una cifra che appare modesta ma che diventava pesante per chi lavorava con salari ridotti e giornate spesso non regolarizzate. Alle spese per l'alloggio si aggiungevano quelle per il cibo, i trasporti e le pratiche burocratiche legate ai documenti. La loro quotidianità seguiva ritmi estenuanti.
La sveglia suonava nel cuore della notte. Alle tre del mattino erano già in viaggio verso i campi della Piana di Sibari o della Basilicata. Trascorrevano l'intera giornata tra serre e coltivazioni, per poi rientrare a Villapiana soltanto in serata. Un ciclo che si ripeteva giorno dopo giorno.
I ragazzi che regalavano frutta ai bambini
Erano arrivati in Calabria da poco più di un mese, eppure avevano già costruito relazioni con il quartiere. I vicini li ricordano come ragazzi tranquilli, rispettosi, sempre pronti a scambiare qualche parola.
La sera si sedevano spesso su una panchina all'angolo della strada. Amin Fazal Khogjani era il più estroverso del gruppo. Un vicino racconta agli inviati del Corriere della Sera che pochi giorni prima gli aveva chiesto informazioni sull'olio prodotto in zona. Il giorno successivo si era presentato con una cassetta di pesche per ringraziarlo. Non era un episodio isolato.
Quando tornavano dai campi portavano spesso frutta ai vicini e soprattutto ai bambini del quartiere. Fragole, pesche, albicocche.
Dalla raccolta delle fragole alla protesta per la paga
Secondo gli elementi emersi nelle prime fasi dell'inchiesta, all'origine del conflitto che avrebbe portato alla strage ci sarebbe una contestazione economica. Le vittime avrebbero protestato per il mancato pagamento di somme che ritenevano dovute.
Da settimane lavoravano nella raccolta delle fragole per una ditta agricola di Scanzano Jonico, in Basilicata. Proprio attorno ai rapporti di lavoro e alle modalità di pagamento si concentrano adesso parte degli approfondimenti investigativi. La Flai Cgil ha annunciato la richiesta di chiarimenti formali all'azienda per ricostruire il quadro occupazionale e retributivo.
L'ipotesi è che la discussione scoppiata nelle ore precedenti al delitto abbia riguardato proprio il denaro che i lavoratori ritenevano di dover ricevere. Una rivendicazione che, secondo il racconto del superstite, si sarebbe trasformata in una condanna.
Il sistema che alimenta lo sfruttamento
Per entrare fino in fondo in questa vicenda bisogna guardare oltre i singoli protagonisti. Tra il Metapontino, la Piana di Sibari, Corigliano Rossano e Schiavonea esiste un sistema di reclutamento della manodopera che continua a presentare ampie zone grigie. Secondo il sindacato soltanto una parte dei braccianti lavora con contratti pienamente regolari. In molti casi i lavoratori vengono assunti per un numero limitato di giornate, mentre il resto dell'attività resta sommerso.
In questo contesto il caporale diventa una figura centrale. È lui che individua la manodopera, organizza il trasporto verso i campi, trova gli alloggi, fornisce i pasti. Gestisce i rapporti con le aziende agricole. Ogni servizio viene trattenuto dalla retribuzione dei lavoratori.
Il suo potere nasce spesso da un elemento molto semplice: la lingua. Molti migranti non parlano italiano e dipendono completamente da chi è in grado di mediare con aziende, uffici e istituzioni. Nasce così un rapporto di dipendenza che non riguarda soltanto il lavoro ma l'intera esistenza quotidiana.
La paura che accompagna i lavoratori migranti
Lo sfruttamento economico è soltanto una parte del problema. L'altra è la paura: di perdere il lavoro, di essere espulsi, di subire ritorsioni. Paura per le famiglie rimaste nei Paesi d'origine.
I sindacati che operano nella Piana di Sibari raccontano storie che si assomigliano tutte. Migranti che rifiutano di denunciare incidenti sul lavoro. Lavoratori che cambiano città da un giorno all'altro perché qualcuno glielo impone. Persone che accettano condizioni durissime pur di non perdere l'unica fonte di reddito.
È un meccanismo che rende difficile spezzare il sistema e che spesso isola le vittime proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di aiuto.
Oltre la cronaca: lavoratori esposti allo sfruttamento e alla violenza
Per questo la tragedia di Amendolara non può essere letta soltanto come un fatto di cronaca nera. Dietro quelle quattro morti c'è molto di più. C'è il racconto di uomini partiti dall'Afghanistan e dal Pakistan per cercare una vita migliore. C'è la fatica quotidiana di chi raccoglie la frutta che arriva sulle tavole italiane. C'è un sistema di intermediazione che continua a prosperare nelle pieghe dell'economia agricola. E c'è una vulnerabilità che rende alcuni lavoratori particolarmente esposti allo sfruttamento e alla violenza.
Il vescovo di Cassano allo Ionio, monsignor Francesco Savino, ha parlato di una «ferita morale, sociale e spirituale». Difficile trovare parole più efficaci.
Perché oggi, sulla Statale 106, resta quel rettangolo nero lasciato dal fuoco. A Villapiana resta una casa vuota, negli angoli le scarpe accatastate. E nelle campagne tra Calabria e Basilicata restano domande che riguardano la giustizia, ma anche le nostre coscienze.





