Oggi tutti a parlare di caporalato, di lavoro sommerso e di tutele violate. Una reazione indignata e corale che giunge puntuale all'indomani dei drammatici episodi successi ieri ad Amendolara. Eppure, la politica calabrese non può fingere di cadere dal pero. Esiste, infatti, una proposta di legge depositata presso la Segreteria Assemblea Consiglio Regionale esattamente due anni fa (cioè nella passata legislatura) e assegnata in pari data alla Sesta commissione per l’esame di merito e, inizialmente, alla Seconda e Terza Commissione per il parere sebbene, successivamente, nelle Note nello stato dell’iter si leggeva “in politichese” che non veniva trasmessa alla Terza per il parere “di cui all’ex art. 66, comma 2, del regolamento interno”. Una proposta che prevedeva interventi mirati proprio a contrastare piaghe di questo tipo.

Una proposta di legge di Davide Tavernise (promotore e primo firmatario), sottoscritta da Katya Gentile (presidente della sesta commissione) e da Giovanni Muraca (componente sesta commissione) ma che è da due anni ferma nei cassetti della Regione Calabria. In audizione erano stati invitati i sindacati e nello specifico, nella seduta erano intervenuti il Segretario Generale della Fai Cisl Calabria Michele Sapia e Flai Cgil Calabria, rappresentata dalla segretaria Federica Pietramala e dal responsabile dipartimento immigrazione Nicola Rodi, intervenuti con delle proposte e delle richieste da aggiungere.

Mentre la cronaca ci sbatte in faccia la realtà dello sfruttamento nei campi, vale la pena andare a vedere cosa proponeva (e propone tuttora) questo testo rimasto congelato, per capire quanto tempo prezioso sia stato perso. Nella relazione illustrativa della proposta di legge si mette nero su bianco una dura verità che evidenzia quanto il fenomeno dello sfruttamento lavorativo e del caporalato (l'intermediazione illecita sanzionata dall'art. 603-bis del Codice Penale) è storicamente radicato e difficile da mappare a causa della "mancanza di dati e studi ufficiali sull'economia informale". I dati INPS, infatti, registrano solo i lavoratori regolari (diversamente non esisterebbe il “nero”). E in questo contesto, i dati dell'Osservatorio sul mondo agricolo vedono proprio il Sud Italia maglia nera nazionale, concentrando il 35,9% dei lavoratori agricoli complessivi. Il testo fotografa con precisione le dinamiche che si consumano quotidianamente nelle nostre campagne. Anche quando si verificano condizioni apparentemente "migliori", i lavoratori si scontrano con salari nettamente inferiori ai minimi dei contratti collettivi nazionali, orari ben al di sopra delle soglie di legge e una massiccia discrepanza tra le giornate effettivamente lavorate e quelle dichiarate. Nei casi più gravi, si scivola in condizioni di vita degradanti o nel lavoro forzato.

La proposta di legge (composta da 7 articoli) si muove nel solco della legge nazionale n. 199 del 2016, cercando di declinare a livello regionale interventi di prevenzione basati su trasparenza e legalità. Nella stesura della legge, ecco i pilastri del testo: Rete del lavoro agricolo di qualità (Art. 2) che promuove l'iscrizione delle aziende calabresi alla rete nazionale per favorire l'intermediazione trasparente e regolare della manodopera; Informazione e Sicurezza (Art. 3) pensa all'avvio di campagne di sensibilizzazione regionali mirate a far emergere il sommerso e a formare i lavoratori sulle norme di sicurezza nei luoghi di lavoro; il nucleo più interessante della proposta è rappresentato dalla formazione di un Elenco delle Imprese Virtuose e il "Premio" del 5% (Art. 4) un elenco pubblico per le aziende agricole che non abbiano riportato condanne penali o sanzioni amministrative negli ultimi tre anni in materia di lavoro, previdenza e fisco. Per incentivare l'adesione, la Regione avrebbe potuto prevedere una premialità pari al 5% del parametro numerico finale nell'aggiudicazione dei bandi regionali ed europei; l’Attuazione e Controllo (Artt. 5-6) prevedeva un regolamento attuativo entro 120 giorni dall'approvazione e una clausola valutativa biennale per monitorare l'efficacia delle misure sul territorio. Ma il blocco pare ingiustificato se tutto è previsto a "costo zero". Spesso i progetti di legge si arenano per mancanza di coperture finanziarie. Non è questo il caso. Come emerge chiaramente dalla relazione tecnico-finanziaria e dagli articoli 7 e 1 del testo, non comporta nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio della Regione Calabria. Il budget per le campagne informative e di valorizzazione verrebbe attinto dai fondi nazionali, comunitari e dai programmi operativi dei fondi strutturali europei già esistenti e pianificati. Gli uffici regionali dovrebbero semplicemente operare con le risorse umane e strumentali già disponibili.

L’efferato atto di violenza di Amendolara non è dipeso dalla Legge mai battezzata tale, ferma e forse dimenticata, ma quella norma avrebbe rappresentato però (e magari sarà) un deterrente importante nel contrasto di questo fenomeno. Vero, esistono Leggi vetuste che condannano il malaffare, puntualmente ignorate, e questa proposta, forse, non avrebbe risolto nulla. Ma intanto non è stata “collaudata”, la burocrazia politica non ha creduto nell’importanza della stessa. Non si dica che non è così. I fatti dicono questo. Ieri Amendolara, domani chissà quale altro comune della piana o della costa calabrese.

La retorica del giorno dopo, l'indignazione un tanto al chilo e i tavoli tecnici improvvisati non bastano più. Gli strumenti normativi per premiare chi lavora onestamente, isolando i caporali e difendendo le aziende sane dalla concorrenza sleale, giacciono in un cassetto da esattamente ventiquattro mesi.

Se la politica vuole dimostrare che la lotta al caporalato non è solo uno slogan da esibire durante le emergenze e le campagne elettorali, ha il dovere di tirare fuori quel testo, discuterlo (e perché no, migliorarlo se ne ricorre la necessità) e approvarlo subito con la speranza che porti benefici, soluzione tangibile solo con l’approvazione.